E’ giuridicamente corretto parlare di “stalking ambientalista”?

La domanda fa chiaramente riferimento ad una vicenda giudiziaria di pochi giorni fa (10.09.14), nella quale la Cassazione (sentenza 10 settembre 2014, n. 37448ha confermato la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalle persone offese a carico di un uomo (un attivista ambientale, appunto). Questi aveva reiteratamente molestato a mezzo telefono, mail, pubblicazioni ingiuriose e pedinamenti i titolari del diritto di sfruttamento di una cava.

La difesa dell’uomo e le determinazioni della Corte

Si è basata su due argomentazioni. Con la prima, si è sostenuto che la motivazione “nobile” che aveva spinto l’odierno indagato ad agire dovesse escludere il reato contestato. Questi infatti sosteneva che sulla cava vi fosse un vincolo ambientale, e voleva che gli “abusivi” interrompessero la loro attività.

In realtà, ha replicato la Corte Suprema,  quando taluno pone in essere comportamenti persecutori molesti e minacciosi, e determina l’insorgenza a carico della vittima di uno dei tre eventi tipici descritti dalla norma incriminatrice, il delitto ex art. 612 bis c.p. è perfettamente integrato. Nessun rilievo scriminante può essere attribuito alla fondatezza della pretesa giuridica che abbia determinato le condotte persecutorie, e per di più ” … l’eventuale illegittimità dell’operato delle persone offese non può senz’altro giustificare l’adozione di comportamenti esasperatamente assillanti ed invasivi dell’ altrui vita privata e dell’altrui tranquillità …”.

logo di un escavatore con braccio meccanicoCon il secondo motivo di ricorso, si sosteneva che non potesse essere integrata la fattispecie di atti persecutori, attesa la mancanza di una precedente relazione affettiva tra l’indagato e le persone offese. Sul punto, la Corte non ha mancato di rilevare come tale circostanza fosse del tutto irrilevante ai fini della configurabilità del delitto, atteso che: ” … il reato in questione non limita e circoscrive la natura e le qualità della parte lesa …”, e la circostanza dedotta dal ricorrente rappresenta solo una aggravante del delitto, ovviamente a lui non contestata.

La risposta al quesito iniziale

Non riteniamo corretta la peculiare definizione giornalistica di cui al titolo del presente contributo. Probabilmente questa ha avuto il solo scopo di fare sensazionalismo tra il pubblico, sfruttando all’uopo un reato che molto bene si presta al gioco. E’ già accaduto con lo stalking condominiale, ove l’aggettivo identifica il luogo in cui si compiono le condotte incriminate. Qui invece si pone l’accento sui motivi che hanno indotto il persecutore a delinquere.

Definitivo appare, in proposito, un principio di diritto fondamentale: i motivi non escludono mai il dolo dell’agente, potendo solo costituire, semmai, una circostanza attenuante o aggravante del reato. E’ pertanto inutile, se non scorretto, dare risalto a tale elemento, facendolo assurgere ad elemento qualificante e persino scriminante della fattispecie incriminatrice.

Per di più, il rilievo accordato alla motivazione interna del persecutore finirebbe così con l’ammettere tanti tipi di stalking quante sono le spinte emotive e passionali umane: che ne pensate dello stalking musicale? E di quello ciclistico?

-dott.ssa Sabrina Grisoli-

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