Stop all’allontanamento dalla casa famigliare per stalking condominiale?

C’è un fondo di verità in quegli articoli nei quali leggiamo della fine dell’applicazione della misura cautelare dell’ “allontanamento dalla casa famigliare” per gli stalkers condominiali?

Formalmente, sì. Ma sostanzialmente no. Vediamo perché.

Il qui pro quo nasce da una pronuncia della Cassazione (sez. V, n. 27177/2014) che ha annullato un’ordinanza del Tribunale del Riesame di Bologna che applicava la misura di cui all’art. 282 bis c.p.p. (allontanamento dalla casa famigliare, per l’appunto) ad un indagato per il delitto di atti persecutori a danno dei suoi condomini.
La motivazione di tale provvedimento è molto semplice: l’art. 282 bis c.p.p. è una misura cautelare introdotta nell’ordinamento nel 2001 tramite una legge volta a l'immagine raffigura una casa in stile villetta, a due piani, con tetti a punta. La classica casa stregata dalle cui finestre, nell'oscurità, emergono occhi di entità misteriose (o forse di vicini poco cordiali)contrastare la violenza in ambito famigliare, ed è quindi solo in tale ambito che può spiegare la sua funzione.

La soluzione del nostro quesito iniziale è comunque negativa, ed in ciò soccorrono altre pronunce della stessa sezione quinta della Corte di Cassazione (per tutte, la 15906/14).

Il principio di diritto

Nei casi di stalking commessi da un condomino ai danni di altri, la misura cautelare da applicare è quella di cui all’art. 282 ter c.p.p. (“Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”). Tale misura è stata creata ad hoc nel 2009 allo scopo di proteggere le vittime del reato di cui all’art. 612 bis c.p. da attacchi nei luoghi ove queste si sentano più sicure (a casa, al lavoro, etc.).

Quando pertanto i comportamenti vessatori vengano compiuti in ambito condominiale, l’art. 282 ter c.p.p. costituisce il solo strumento idoneo a contrastare i fenomeni persecutori atteso che, a differenza del precedente di cui all’art. 282 bis c.p.p., non presuppone il requisito della relazione famigliare nella quale si innestino le condotte moleste.

La Suprema Corte quindi detta le regole per la corretta applicazione delle due misure coercitive, ma ciò non pare incidere sensibilmente sul risultato finale. Infatti, l’applicazione della misura di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa può comunque risolversi nell’allontanamento del persecutore dalla propria abitazione, qualora questi realizzi le condotte incriminate dall’art. 612 bis nel condominio dove risiede (in proposito, si cfr. anche il contributo: “Lo stalking “condominiale“)

dott.ssa sabrina Grisoli-

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