Privacy e Facebook: mondi destinati a non incontrarsi mai?


Su Facebook sta ultimamente girando un nuovo, fantomatico messaggio che si riferisce ad un’incombente modifica della condizioni di Facebook. In particolare l’allarme questa volta riguarda “l’appropriazione”, da parte del social network di tutti i contenuti da noi condivisi sul diario. Secondo gli “esperti” quindi, che stanno agendo in modo virale, bisogna invocare gli artt. 111, 112 e 113 del Codice della proprietà intellettuale e le leggi UCC-1-1-1-1-308-308-308-103, nonché Lo Statuto di Roma, condividendo tale dichiarazione nella convinzione che ciò possa preservare la propria privacy mediante la chiosa “Se non si pubblica questa dichiarazione almeno una volta, tacitamente si consente l’utilizzo di elementi quali foto, così come le informazioni contenute nell’ aggiornamento del proprio profilo“.

immagine di un computer portatile sul cui schermo di sono tre grandi occhi che ci spiano dietro tre lenti di ingrandimentoControlliamo che le norme citate siano coerenti con l’argomento

Non lasciamoci ingannare dagli evocativi, ma quantomai inadeguati, riferimenti legislativi. Lo Statuto di Roma, ad esempio, ha istituito la Corte Penale Internazionale nel 1998, competente in materia di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, non certo quindi battibecchi su Facebook.

Inoltre, queste dichiarazioni non valgono giuridicamente nulla. Gli utenti di Facebook conservano a prescindere il proprio diritto di copyright su tutti i contenuti che condividono sul social, e nessuno sta cercando di portargli via questa prerogativa.

Il contenuto del consenso all’utilizzo dei nostri dati sui social network

Sotto altro profilo, cliccando “sì” sui termini di Facebook e diventandone un utente, si sta dando il consenso a Mr. Zuckemberg ad avere accesso e, addirittura, di utilizzare i nostri dati per realizzare scopi connessi alla natura del social. Si tratta, per esempio, di tutti quegli annunci pubblicitari che sembrano stranamente vicini ai nostri interessi. Vi siete mai chiesti come sia possibile ciò?

Molto semplice, tramite l’analisi del nostro profilo, di quello che condividiamo, commentiamo, su cui mettiamo “mi piace”. D’altronde, Facebook è una macchina da capitali inarrestabile e la pubblicità è come sempre l’anima del commercio: cosa c’è di meglio di annunci pubblicitari studiati ad hoc per ognuno di noi?

Ma rimane il fatto che di questo gli iscritti a Facebook erano a conoscenza sin dagli albori del social (o avrebbero dovuto essere, se avessero letto i termini e le condizioni del servizio: ma, tant’è, nemmeno i minori di 18 anni dovrebbero avere un profilo attivo).

Il valore di una dichiarazione di revoca del consenso

Ora, nessuna dichiarazione in bacheca può avere una qualche forma di valore giuridico per la tutela dei propri dati personali, atteso che nel caso di servizi di social networking, il consenso circa il trattamento dati deriva dalle condizioni di utilizzo che vengono specificamente sottoscritte all’atto dell’iscrizione, e non possono essere retroattivamente modificabili dall’utente tramite una dichiarazione unilaterale.

Diversa sarebbe la questione qualora si siano accettate condizioni particolarmente vessatorie, circostanza questa che determinerebbe certamente l’operatività della c.d. “nullità di protezione” (che spiega la sua efficacia tanto in materia di norme sulla privacy che di diritti del consumatore).

Certo è, comunque, che l’abuso da parte di terzi di contenuti e immagini altrui è meritevole di tutela e di fatto concretamente tutelato, a prescindere dalla condivisione o meno di uno status. In definitiva: stiamo tranquilli, e la bufala scegliamo di mangiarcela piuttosto che pubblicarla sulla bacheca.

-dott. Stefano Gazzella-

Be Sociable, Share!
Ti è piaciuto questo articolo?
Richiedi consulenza su questo argomento:

info@centrosarg.com

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condivisioni:
CrestaProject