Libero oblio in libero stato (di informazione)

“Ricordati di dimenticare”, ammoniva Friedrich Nietzsche. Ma come?

Il diritto all’oblio, che ha radici nella tradizione statunitense come “right to be forgotten” (propriamente: diritto ad essere dimenticati) e come invenzione del diritto commerciale italiano, è stato oggetto di ampio riconoscimento anche in campo comunitario. Infatti, in seguito alla sentenza CGUE C-131/12 (c.d. “Google Spain” o “Costeja”), la Commissione Europea ha redatto le Linee Guida WP29 del 26 Novembre 2014.
Sul fronte nazionale, dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere che il trascorrere del tempo rappresenti l’elemento costitutivo del diritto di oblio, come chiarito dall’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (ex multis, v. Provv. Garante Privacy n. 618 del 18 dicembre 2014). Tuttavia tale fattore non è univocamente quantizzato, lasciando al riguardo ampio spazio all’interpretazione.

L’intervento di rimozione o anonimizzazione di un dato che ci riguarda deve essere richiesto al titolare del trattamento  ai sensi dell’art. 7 del Codice Privacy, mentre la richiesta di deindicizzazione va rivolta al motore di ricerca.

I presupposti della deindicizzazione

La deindicizzazione dal motore di ricerca si può compiere in prima istanza mediante procedura online predisposta ad esempio dal browser Google (“Supporto per le richieste di rimozione”). La richiesta può far leva anche solo sul dato del decorso del tempo, qualora manchino o non siano percepibili effetti potenzialmente negativi della notizia: richiamando i principi espressi dalla sent. “Costeja”, difatti, le notizie aventi un contenuto obsoleto, inadeguato o irrilevante devono solo per questo essere deindicizzate dal web. Anche la “messa a disposizione” dell’informazione tramite snippet, ovverosia i suggerimenti di ricerca di Google, può essere censurata.

beppe__oblio_gCiò che Google può opporre alla richiesta è solitamente un danno alla funzionalità del motore di ricerca con conseguenti ripercussioni economiche e di archiviazione, nonché di ripercussioni negative sull’attività di ricerca degli utenti. Pertanto, è necessario dover preliminarmente rimarcare con decisione la decorrenza di un lasso di tempo “congruo”, e la conseguente totale carenza di interesse pubblico affinché il dato sia visualizzabile dagli utenti e, dunque, come questo cagioni  un ingiustificato nocumento all’interessato.

Inoltre Google, in qualità di caching provider relativamente al servizio di ricerca, anche se non può intervenire direttamente sui contenuti -analizzandoli e valutandoli- delle notizie che indicizza, può tuttavia essere obbligato a rimuovere una o più notizie da un elenco di risultati di ricerca, qualora l’interessato ne evidenzi la portata diffamatoria (v. Provv. n. 84 del 25 febbraio 2016).

I presupposti della anonimizzazione

Con riguardo alla richiesta di rimozione o anonimizzazione dei dati, questa deve invece essere rivolta al titolare del trattamento, cioè colui il quale detenga previo espresso consenso del titolare, i dati sensibili dello stesso e/o li abbia resi pubblici. Allo stesso modo che per la deindicizzazione, l’argomento principale per ottenere la rimozione del dato è sostenere che il decorso del tempo dall’indebito trattamento ne abbia determinato la vetustà. La rappresentazione degli eventuali effetti negativi che si produrrebbero in capo all’interessato a causa della permanenza della notizia sul web assume un rilievo secondario. È possibile effettuare tale richiesta per tutti quei fatti che, purché veri, oramai risultino decontestualizzati o ampiamente discorsivi, avendo considerazione dello status del soggetto interessato, tanto attualmente quanto al tempo della divulgazione.

Soggetti che rivestono particolari qualifiche pubbliche

Una menzione a parte merita la posizione “pubblica” dell’interessato, circostanza che può condurre le procedure sopra esposte ad esiti diversi da quelli sperati in termini di probabilità di accoglimento di un ricorso proposto all’Autorità Garante.

I soggetti che rivestono una qualifica di interesse pubblico sono coloro i quali per loro attività assumono una posizione più elevata rispetto al quisque de populo, per cui l’interesse del pubblico a conoscere informazioni attinenti al loro ruolo deve ritenersi sussistente ove le stesse abbiano funzione di “protezione da comportamenti professionali o pubblici impropri”  (Linee Guida WP29 del 26 novembre 2014, Parte II).

I criteri per rientrare in questa categoria sono formulati in modo molto ampio, per cui finiscono col ricomprendere anche i soggetti iscritti ad un ordine professionale (v. Provv. n. 144 del 24 marzo 2016).

Giurisprudenza nazionale

Il diritto-dovere di cronaca, d’altra parte, anche in accordo alle norme del Codice deontologico relativo ad attività giornalistiche (art. 2), si attua in due passaggi: il primo, inerente la pubblicazione e diffusione al tempo dei fatti di una notizia vera e di pubblico rilievo; un secondo, relativo alla conservazione e archiviazione informatica.

E dunque: mentre la prima attività è certamente lecita, la seconda può integrare degli illeciti con riguardo alle modalità di trattamento dei dati custoditi.

Infatti, l’interesse pubblico sotteso al diritto di cronaca può, con il trascorrere del tempo, esaurirsi. Ove tali informazioni siano, ciononostante, facilmente accessibili e consultabili dal pubblico, assumono un carattere oggettivamente divulgativo e dunque violativo della riservatezza dell’interessato, costituendo trattamento illecito di dati  in carenza di bilanciamento con una legittima, e concreta, esigenza informativa e conoscitiva (Cass. Civ. sez. I sent. n. 13161 del 24.06.2016).

È utile, infine, ricordare che i principi di cui agli artt. 3 (necessità) e 11 (liceità, correttezza, pertinenza e non eccedenza rispetto alle finalità) del Codice Privacy, ribaditi dal nuovo Reg. UE 2016/679, non possono non riferirsi anche al trattamento dati consistente nella “conservazione” degli stessi mediante la “messa a disposizione” del pubblico.

-Dott. Stefano Gazzella-

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