Il “nuovo” caporalato. Un tentativo per risolvere vecchi problemi.


La l. 29.10.2016 n. 199 (“Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”) modifica l’art. 603-bis c.p, rubricato “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, e riguardante il fenomeno del c.d. “caporalato”. La novella aggiunge inoltre tale delitto alla schiera di reati presupposto previsti come integranti la responsabilità aziendale ex d.lgs. 231/2001, sistemandolo all’interno dei delitti contro la personalità individuale (art. 25-quinquies).
L’articolo in esame sanziona, ove non ricorrano più gravi ipotesi di reato (prevedendo dunque una clausola di sussidiarietà nell’incipit), il reclutamento di manodopera o l’impiego della stessa, con ciò intendendo punire sia funge da intermediario tra il lavoratore e chi offre l’impiego, sia chi direttamente assume il lavoratore.

La norma si pone a tutela della dignità individuale del lavoratore nonché del corretto funzionamento del mercato del lavoro, seguendo il generale trend evolutivo del diritto penale dell’economia. Soggetti attivi del reato sono dunque sia chi svolge l’attività di illecita intermediazione (il c.d. “caporale”), che chi si avvale della manodopera.

Condotta e presupposti

China su foglio bianco che rappresenta due contadini, uomo in primo piano e donna in secondo, che mietono il granoLa condotta è definita da un’ampia formula, che contempla l’utilizzo, l’assunzione o l’impiego di manodopera, ed è integrata dall’approfittamento dello stato di bisogno e necessità del lavoratore, sottoponendo lo stesso a condizioni di sfruttamento: come ha specificato la Suprema Corte, entrambi gli elementi (profittamento dello stato di bisogno/necessità del lavoratore e sfruttamento) devono ricorrere nonché essere attinte dal dolo (v. Cass. pen. Sez. V, 18 dicembre 2015, n. 16737).

Nel testo previgente si richiedeva il compimento di violazioni “sistematiche” alla normativa, mentre nell’attuale formulazione sono sufficienti violazioni “reiterate”: di fatto, la sistematicità delle condotte rievoca una sorta di abitualità e regolarità nelle violazioni, tanto che questa assurga a comportamento ordinario, standard dell’azienda. Ora, e mutuando una giurisprudenza consolidatasi in tema di stalking, si può invece affermare che, perché sussista il delitto in esame, possono essere sufficienti solo due violazioni, aumentando considerevolmente l’ambito applicativo della fattispecie.

Circa lo stato di bisogno o necessità, presupposto dell’assoggettamento alle condizioni di sfruttamento nei riguardi del quale deve sussistere un nesso eziologico, si intende o uno stato di disagio economico tale da compromettere le primarie necessità di vita o altrimenti uno stato di inevitabile pericolo. Deve dunque sussistere, sostanzialmente,  una compressione della libertà individuale del soggetto al punto da determinarne lo stato di “assoggettamento”; inoltre, nella nuova formulazione, violenza e minaccia nella perpetrazione del fatto costituiscono circostanze aggravanti ad effetto speciale (art. 603-bis co.2 c.p.).

Infine, non poche perplessità ha destato la previsione di cui al n. 3, sulle violazioni della normativa in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro, in quanto apre ad un’ampia discrezionalità del giudice nel valutarne negativamente anche l’occasionale o sporadica violazione, ritenendola indice di un generale aggravamento delle condizioni di lavoro e, di conseguenza, uno sfruttamento.

Alcuni commentatori si sono pertanto posti in modo molto critico sulle condizioni costitutive degli indici di sfruttamento, e nello specifico hanno anche evidenziato il rischio di una norma penale in bianco per la parte in cui si richiamano le condizioni “degradanti”.

Gli indici rivelatori dello sfruttamento

Avendo riguardo al profilo dello sfruttamento, la norma si premura di indicare una serie non tassativa di ipotesi rappresentative degli indici di sfruttamento sotto l’aspetto del trattamento economico o delle condizioni lavorative. Nel primo gruppo si richiamano le difformità retributive rispetto ai contratti collettivi, o altrimenti la sproporzione rispetto al lavoro effettivamente prestato; nel secondo, la reiterata violazione delle prescrizioni su orario, riposo, aspettative e ferie, la violazione di norme su igiene e sicurezza nel luogo di lavoro (d.lgs. 81/2001) o lo il riscontro di condizioni di lavoro “degradanti”, dall’alloggio alla sottoposizione a sorveglianza.

Il controllo giudiziario sull’azienda

In riferimento alla fase processuale, il legislatore non ha ignorato il fatto che al ricorrere dei presupposti per applicare il sequestro preventivo (art. 321 c.p.p.) potrebbero verificarsi ripercussioni negative sul mercato del lavoro, distorcendo così la finalità ultima della norma che è di aiutare i lavoratori e non di danneggiarli.  Proprio per questo motivo, è previsto (art. 3 co. 1 l. 199/2016) che il giudice possa disporre il controllo giudiziario dell’azienda nel caso in cui “l’interruzione dell’attività imprenditoriale possa comportare ripercussioni negative sui livelli occupazionali o compromettere il valore economico del complesso aziendale”. Viene esplicitamente previsto, inoltre, il dovere, per l’amministratore giudiziario, di adottare le misure per la rimozione delle condizioni di sfruttamento (art. 3 co. 3 l. 199/2016).

Posto che la proverbiale strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, l’auspicio è che un eccesso delle stesse non vada poi a lastricare uno scivolosissimo dirupo per le aziende ed un infernale sistema sanzionatorio.

Dott. Stefano Gazzella

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