L’illegittima compensazione delle spese legali

Negli ultimi tempi si nota sempre più spesso come i Giudici di Pace adottino provvedimenti nei quali, seppur decretando la piena soccombenza di una delle parti, compensino le spese del giudizio (si veda ad es. Giudice di Pace di Roma, n. 3896 del 2016, dal sito “Studio Cataldi” del 27.12.2016).
Tale prassi è del tutto illegittima in carenza di una puntuale e consona motivazione, e in questo contributo illustriamo i casi nei quali di fronte ad una decisione di questo tipo è assolutamente consigliabile impugnare il provvedimento che dispone la compensazione delle spese legali.

Il quadro normativo 

La disposizione di cui all’art. 91 c.p.c. trova il suo fondamento nel principio della soccombenza, in virtù del quale la necessità di ricorrere al giudice non deve tornare a danno di chi abbia ragione. In tale ottica, la condanna alle spese costituisce la logica conseguenza della soccombenza stessa.
La norma di cui all’ art. 92 c.p.c. peraltro costituisce temperamento della regola del precedente articolo, laddove individua i casi nei quali il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per l’intero.
L’esercizio del potere di disporre la compensazione è stato nel tempo sottoposto dal legislatore ad un controllo sempre più stringente: è accaduto nel passaggio dalla formulazione originaria dell’art. 92 c.p.c., alla riforma contenuta nella legge 28 dicembre 2005, n. 263 (dove tale possibilità era subordinata alla ricorrenza di “altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione”), a quella della legge 18 giugno 2009 n. 6969 (“altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione”), sino alla recente modifica introdotta con il d.l. 12 settembre 2014, n. 132, convertito nella legge 10 novembre 2014, n. 162 che ha limitato la possibilità di compensazione alla “soccombenza reciproca” o al “caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti”. Si è così passati da una situazione, ante riforma del 2005, nella quale la valutazione del giudice in ordine alla compensazione delle spese sfuggiva addirittura all’obbligo di motivazione, ad una intermedia per cui le locuzioni generiche “giusti motivi” e “gravi ed eccezionali ragioni” subivano il temperamento dell’obbligo di espressa motivazione, con conseguente sindacabilità della stessa (si cfr. in tal senso Cass. Civ. n. 9262/2006), per arrivare infine alla previsione di tre sole specifiche condizioni in ordine alle quali è possibile valutare l’opportunità di compensare le spese tra le parti del giudizio.

Vieppiù, nella vigenza della vecchia formulazione, la giurisprudenza della Corte di Cassazione aveva avuto modo di chiarire che l’art. 92, secondo comma, c.p.c. nella parte in cui permetteva la compensazione delle spese di lite allorché concorressero “gravi ed eccezionali ragioni”, era norma elastica, una clausola generale che il legislatore aveva previsto per adeguare il principio della soccombenza ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili a priori, ma da precisare ed integrare in via interpretativa da parte del giudice del merito con puntuale motivazione, censurabile in sede di legittimità in quanto fondata su norme giuridiche (si cfr. Cass. SS. UU., n. 2572 del 22 febbraio 2012).
Sulla scorta di tale principio, la Suprema Corte si è più volte pronunciata in ordine alla illegittimità della disposta compensazione, da parte dei giudici di merito, giustificata dall’impiego di motivazioni costituite da espressioni di contenuto indeterminato, assimilabili a clausole di stile, comunemente riscontrabili in altre controversie che non consentono il controllo sulla motivazione e sulla congruità della disamina logico-giuridica, quali ad esempio: “complessità della ricostruzione in fatto dei rapporti tra le parti” (Cass. Civ. Sez. II 30 aprile 2012 n. 6608), “particolarità del riesame giuridico in appello” (Cass. Civ. Sez. II, 14 giugno 2011, n. 13020), “valore assai esiguo della causa” (Cass. Civ. Sez. VI 10 giugno 2011 n. 12893;), “per motivi di equità” non altrimenti specificati (Cass. Civ. Sez. lav. 20 ottobre 2010, n. 21521; Cass. Civ. Sez. II 27 aprile 2009, n. 9886; Cass. Civ. Sez. II 23 luglio 2007, n. 16205), “peculiarità della fattispecie” (Cass. Civ. Sez. I 30 maggio 2008, n. 14563), “fattispecie concreta nel suo complesso” (Cass. Civ. Sez. I 18 dicembre 2007, n. 26673), “per giusti motivi” (Cass. Civ. Sez. VI 21 novembre 2013, n. 26147; Cass. Civ. Sez. II 21 marzo 2007, n. 6681; Cass. Civ. Sez. III 06 marzo 2007, n. 5108).
Con riguardo al “esiguo valore della controversia”, appare appena il caso di precisare che motivazioni di tal fatta, sulla cui scorta vengono compensate le spese di giudizio, integrano una palese violazione sia dell’art. 24 co. 1 Cost., che garantisce la tutela giurisdizionale anche attraverso il rigoroso rispetto della legalità processuale, sia del fondamentale principio secondo cui il processo non deve andare a danno della parte che ha (avuto) ragione.


Estreme conseguenze nei giudizi contro Amministrazioni e Concessionari

Se passasse invece il principio per cui il privato, seppur vittorioso nei confronti dell’amministrazione o dei suoi concessionari, non ha diritto alla refusione delle spese legali, i cittadini si troverebbero a dover scegliere se proporre opposizione non sulla base della fondatezza delle proprie ragioni, bensì unicamente operando una valutazione in termini di convenienza economica, arrivando a ritenere addirittura preferibile pagare la (illegittima) sanzione, piuttosto che il prezzo del contributo unificato (che in molti casi ha valore quasi pari alla somma contestata) e gli onorari del proprio legale.
La illegittima limitazione della soccombenza per amministrazioni e concessionari rischia, tra l’altro, di determinare le abituali opposte al mantenimento della loro condotta contra legem, in quanto consapevoli che il cittadino molto probabilmente non instaurerà una causa nei loro confronti e, qualora lo facesse, la loro soccombenza sarebbe limitata alla somma contestata in giudizio e non anche estesa alla refusione delle spese di lite dell’attore vittorioso.
La Suprema Corte ha avuto occasione di pronunciarsi in favore dell’opponente proprio in riferimento ad un caso simile, affermando (ancora una volta) che: “Il principio generale (articolo 91 c.p.c.) che il costo del processo è a carico del soccombente e che il giudice per giusti motivi (articolo 92 c.p.c.) ha il potere di compensare le spese comporta che anche detto potere di compensazione (impropriamente definito discrezionale) debba essere adeguatamente motivato (art. 111 Cost., comma 6). Nella fattispecie, non vi è una soccombenza reciproca che giustifica la compensazione delle spese né sono evidenziati particolari motivi in tal senso (Cass. nn. 26139/2015, 11301/2015, 21684/2013, S.U. n. 20598/2008), tenuto conto del principio di causalità e dell’accoglimento dell’opposizione” (Cass. Civ. 01.04.2016, n. 6410).

La quantificazione delle spese liquidabili nelle opposizioni a sanzioni amministrative

Chiariti i limiti che il legislatore ha fissato per il giudice nel riconoscergli il potere di compensare le spese di lite, si impone la disamina di un ultimo aspetto della questione, relativo al quantum delle spese di lite.
L’art. 13 del d.l. 22.12.2011 n. 212 in merito alla liquidazione delle spese processuali ha così integrato l’art. 91, u. c., c.p.c.: «Nelle cause previste dall’articolo 82, primo comma, le spese competenze ed onorari liquidati dal giudice non possono superare il valore della domanda».
La norma fa riferimento a quelle controversie nelle quali il privato è abilitato a stare in giudizio da solo, senza il patrocinio di un legale, in virtù dell’esiguo valore della controversia, ed in ordine alle quali il giudice effettua giudizio secondo equità, ai sensi dell’art. 113 co. 2 c.p.c.
Tuttavia, nei giudizi aventi ad oggetto opposizioni a sanzioni amministrative, l’art. 23, co. 11, ultima parte, della L. 24 novembre 1981, n. 689 prevedeva che: “… davanti al giudice di pace non si applica l’articolo 113 cod. proc. civ., comma 2”.
La norma, abrogata dal Decreto Legislativo 1 settembre 2011, n. 150, è stata trasfusa nei suoi artt. 6, comma 12 (“Dell’opposizione ad ordinanza-ingiunzione”) e 7 comma 10 (“Dell’opposizione al verbale di accertamento di violazione del codice della strada”), nei quali è stabilito rispettivamente che: “Nel giudizio di opposizione davanti al giudice di pace non si applica l’articolo 113, secondo comma, del codice di procedura civile” e che “Non si applica l’articolo 113 cod. proc. civ., comma 2”.
La esclusione di detta limitazione per i giudizi di opposizione a ordinanza- ingiunzione o a verbale di accertamento di violazione del codice della strada, pur se di competenza del giudice di pace e pur se di importo ricompreso entro gli € 1.100, trova giustificazione nel fatto che tali controversie postulano un giudizio secondo diritto; in tali giudizi, quindi, pur se è prevista la possibilità sia per l’opponente che per l’amministrazione di stare in giudizio personalmente (L. n. 689 del 1981, articolo 23, comma 4; Decreto Legislativo n. 150 del 2011, articolo 6, comma 9 e articolo 7, comma 8), la difesa tecnica appare in ogni caso giustificata, se non indispensabile, atteso che ben possono presentarsi questioni giuridiche di notevole difficoltà tecnica, seppur con riferimento ad una causa di valore inferiore a € 1.100.
La giurisprudenza di legittimità, sulla scorta di tali considerazioni, ha difatti affermato che: “In tema di liquidazione delle spese giudiziali, il limite del valore della domanda, sancito dal quarto comma dell’art. 91 cod. proc. civ., opera soltanto nelle controversie devolute alla giurisdizione equitativa del giudice di pace e non si applica, quindi, nelle controversie di opposizione a ordinanza-ingiunzione o a verbale di accertamento di violazioni del codice della strada, le quali, pur se di competenza del giudice di pace e di valore non superiore ai millecento euro, esigono il giudizio secondo diritto, ciò che giustifica la difesa tecnica e fa apparire ragionevole sul piano costituzionale l’esclusione del limite di liquidazione” (Cass. Civ. Sez. II, 30.04.2014 n. 9556).

Dott.ssa Sabrina Grisoli

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