Potrà una legge contrastare le fake news?

Il quadro generale

Ormai da tempo gli utenti del web assistono impotenti al dilagare di una malpractice che secondo alcuni è assurta al rango di vero e proprio problema da arginare. La diffusione, cioè, di notizie legate alla vita politica, amministrativa, all’attualità, la salute, la scienza, più o meno palesemente prive di qualsiasi fondamento. Le fake news, o bufale, troneggiano sulle bacheche dei social network o hanno addirittura, in alcuni casi, siti appositamente dedicati. La diffusione dell’accesso a internet tra la popolazione in modo pressoché totale agevola la viralità delle notizie false, determinando così la propagazione a macchia d’olio di dati e informazioni che non corrispondono al vero.

L’iniziativa legislativa

E’ del 7 febbraio 2017 il disegno di legge n. 2688 ad iniziativa di alcuni senatori che si prefigge lo scopo di dettare “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica“.
La relazione al progetto di legge inquadra il problema in questi termini: “Tra i capisaldi di ogni sistema democratico risiedono, al contempo, la libertà e la credibilità dell’informazione, che rappresentano, a loro volta, l’essenza del giornalismo, il cui primo dovere è nei confronti della verità … Oggi, la possibilità di essere informati costantemente e in tempo reale su quanto accade nel mondo rende internet uno strumento meraviglioso in grado di annullare le distanze … Il web ha sicuramente rappresentato la più grande rivoluzione degli ultimi anni. E non solo tecnologica, ma anche sociale e culturale. Senza la rete di internet tante battaglie verso la democrazia non avrebbero trovato spazio … Grazie alla velocità, da un lato, e alla pervasività, dall’altro, la «rete» ha dunque messo al corrente l’opinione pubblica mondiale di quanto accade in luoghi lontani, dove i mezzi d’informazione tradizionali faticano ad arrivare; purtroppo, però, ha mostrato, nel corso degli anni, anche il suo lato più oscuro tanto da far parlare dei «pericoli del web» e da dover mettere a punto una «netiquette» per il rispetto degli utenti … È infatti sotto gli occhi di tutti il danno che può comportare, nell’era dell’informatizzazione, la diffusione di una notizia sbagliata e distorta. Peggio ancora se manipolata …

Le notizie false, o fake news o bufale, ci sono sempre state, ma non sono mai circolate alla velocità di oggi. Per questo non è più rinviabile un dibattito serio in questo senso.

Se l’informazione diventa disinformazione i mezzi di comunicazione di massa possono essere utilizzati a fini di propaganda con il rischio che notizie appositamente distorte vengano strumentalmente adoperate per influenzare l’opinione pubblica. Questo perché con il diffondersi dei social media il pericolo di contaminare internet con notizie inesatte e infondate o, peggio ancora, con opinioni che seppur legittime rischiano di apparire più come fatti conclamati che come idee, è in crescita esponenziale.

L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha, a questo proposito, osservato con preoccupazione il numero di campagne mediatiche online miranti a fuorviare settori dell’opinione pubblica, attraverso informazioni intenzionalmente tendenziose o false, l’istigazione dell’odio contro singoli individui e anche attacchi personali, spesso in ambito politico, volti a minare il regolare svolgimento dei processi democratici. La libertà è il fulcro della democrazia, non può certo divenirne il limite.

È dunque importante disciplinare la vita online come la vita offline, che si parli di cyberbullismo o di divulgazione di notizie false, bisogna puntare ad usare gli strumenti già a disposizione nel nostro ordinamento giuridico spostando l’attenzione dal reale al virtuale perché gli attori sono sempre gli stessi: i cittadini che, come nella vita reale, hanno il diritto di essere tutelati anche in quella virtuale.

Si tratta di un dibattito ormai in fase avanzata in tutte le democrazie occidentali che investe i colossi di internet, il cui impegno è rivolto alla ricerca di nuovi strumenti in grado di filtrare e garantire l’autenticità delle notizie. Di pari passo all’incremento dei consensi dei movimenti populisti nei Paesi occidentali è accresciuta la preoccupazione che le fake news possano essere diffuse e poi cavalcate a fini politici.

La reazione di Francia e Germania è stata quasi immediata: oltre all’avvio di programmi specifici volti a verificare l’attendibilità delle notizie che circolano sul web, è emersa l’esigenza di intervenire sotto il profilo normativo per ottemperare alla duplice necessità di effettuare un costante monitoraggio dei contenuti presenti in rete, per poi procedere alla rimozione di quelli considerati falsi. In particolare, in Germania è stata presentata una proposta di legge che obbliga i social media ad eliminare i contenuti falsi entro 24 ore dalla loro individuazione. Del resto anche la Commissione europea ha recentemente proposto regole più stringenti per quanto riguarda i livelli di privacy sulla comunicazione online.

Bisogna avviare un simile percorso anche in Italia attingendo agli strumenti che già ci sono: le leggi contro le informazioni false, illegali e lesive della dignità personale, ripensandole per il web. Ciò consentirebbe ai colossi della rete l’uso di selettori software per rimuovere i contenuti falsi, pedopornografici o violenti.

Il tutto ridiscutendo i tabù dell’anonimato, della trasparenza e della proprietà dei media online, del diritto di replica, di rettifica, del diritto all’oblio, della protezione della privacy e della rimozione dal web dei contenuti lesivi …

I mezzi di comunicazione a stampa, le emittenti radiotelevisive tradizionali e le testate giornalistiche online sono infatti editorialmente responsabili dei loro contenuti.

Da qui, è opportuno soffermarsi sul concetto stesso di «notizia».

Un concetto che è sicuramente mutato nel passaggio dai media tradizionali ai social media e alle piattaforme online, colme di contenuti generati dagli utenti, dove si è imposto l’«infotainment», vale a dire la mescolanza d’informazione e intrattenimento, tipicamente sfruttabile a fini commerciali.

Ma il rischio tra la mancata distinzione di notizie frutto di una competenza giornalistica e notizie diffuse sul web senza alcun criterio professionale risiede proprio qui: chiunque, infatti, può dire quello che vuole, per la più che legittima libertà di espressione, ma se il pubblico di internet prende per buono e fondato qualsiasi cosa circoli online, senza più distinguere tra vero e falso, il pericolo è enorme. In particolar modo quando i temi trattati riguardano aspetti sensibili della società come, per esempio, la sanità e soprattutto se le opinioni si mescolano in maniera indistinta ai fatti.

Oggi, del resto, la sensazione diffusa sembra essere quella che la disinformazione prevalga sull’informazione oggettiva e che la manipolazione e la propaganda abbiano la meglio sulla corretta espressione delle proprie opinioni e punti di vista.

Spesso viene superata la linea che separa ciò che potrebbe essere considerato un tentativo legittimo di esprimere le proprie opinioni a scopo persuasivo e quella che è invece disinformazione e manipolazione.

Il tutto mentre il giornalismo professionistico vive un momento di crisi senza precedenti perché il nuovo panorama dei mezzi d’informazione ha inciso anche sul finanziamento delle testate accreditate ai sensi di legge …

Un simile stato di cose ha determinato il paradosso per il quale notizie relative a fatti eclatanti, anche di cronaca, sono state considerate fake news con conseguenti ritardi dei relativi interventi. Questo è inaccettabile! Per il ruolo fondamentale che rivestono, comunicazione ed informazione non possono essere ridotti a fenomeni in grado di creare allarme sociale, specialmente se immotivato.

Nel XXI secolo al «Quarto potere» di Orson Welles se ne è affiancato un altro: internet. Come tutti i poteri anche questo va regolamentato per evitare eccessi e storture, per fare in modo che non prevalga tout court la regola del più forte e, al contempo, garantire, da un lato, la libertà di stampa e il diritto-dovere a una corretta informazione, dall’altro, quella di espressione, nonché la tutela delle vittime dell’uso distorto del web.

Le nuove fattispecie di reato

In base a quanto previsto dal disegno di legge in commento, si propone l’introduzione dell’art. 656 bis del codice penale, rubricato: (Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico, attraverso piattaforme informatiche) , il quale prevede che: 1-Chiunque pubblica o diffonde, attraverso piattaforme informatiche destinate alla pubblicazione o diffusione di informazione presso il pubblico, con mezzi prevalentemente elettronici o comunque telematici, notizie false, esagerate o tendenziose che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’ammenda fino a euro 5.000.
2-Nel caso in cui le fattispecie previste dall’articolo 656 bis del codice penale, introdotto dal comma 1 del presente articolo, comportino anche il reato di diffamazione, la persona offesa può chiedere, oltre il risarcimento dei danni ai sensi dell’articolo 185 del codice penale, una somma a titolo di riparazione. La somma è determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione della notizia, ai sensi dell’articolo 12 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Si applica altresì il terzo comma dell’articolo 595 del codice penale (aggravante della diffusione a mezzo stampa).
3-L’articolo 656-bis del codice penale, introdotto dal comma 1 del presente articolo, non si applica ai soggetti e ai prodotti di cui alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, e di cui all’articolo 1, comma 3-bis, della legge 7 marzo 2001, n. 62.

In sostanza, al fine di rimarcare una chiara distinzione tra attività giornalistica professionistica e semplice diffusione di informazioni, il comma 3 sancisce che la disposizione in questione non si applica alle testate giornalistiche riconosciute ai sensi della legge n. 47 del 1948 e dell’articolo 1, comma 3-bis, della legge 7 marzo 2001, n. 62, (nuova legge sull’editoria).

L’art. 2 del ddl invece introduce due nuovi reati, retti dalla comune finalità di evitare la Diffusione di notizie false che possono destare pubblico allarme, fuorviare settori dell’opinione pubblica o aventi ad oggetto campagne d’odio e campagne volte a minare il processo democratico.: 1. Dopo l’articolo 265 del codice penale sono inseriti i seguenti:

«Art. 265 bis. (Diffusione di notizie false che possono destare pubblico allarme o fuorviare settori dell’opinione pubblica). — Chiunque diffonde o comunica voci o notizie false, esagerate o tendenziose, che possono destare pubblico allarme, o svolge comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche destinate alla diffusione online, è punito con la reclusione non inferiore a dodici mesi e con l’ammenda fino a euro 5.000.

Art. 265 ter. (Diffusione di campagne d’odio o volte a minare il processo democratico). – Ai fini della tutela del singolo e della collettività, chiunque si rende responsabile, anche con l’utilizzo di piattaforme informatiche destinate alla diffusione online, di campagne d’odio contro individui o di campagne volte a minare il processo democratico, anche a fini politici, è punito con la reclusione non inferiore a due anni e con l’ammenda fino a euro 10.000».

In questi casi non vengono esonerati dal campo di applicazione della norma i giornalisti professionisti, probabilmente sulla scorta della considerazione che l’effetto maggiormente negativo determinato dalla fake news merita di essere oggetto di sanzione penale qualsiasi sia il soggetto da cui promani, professionista o non. La condotta lesiva degli interessi pubblici consiste, dunque, nel diffondere o comunicare notizie false in grado di creare nella coscienza collettiva una sensazione di pericolo o di sfiducia, miranti a fuorviare interi settori dell’opinione pubblica, nonché campagne d’odio contro individui e attacchi personali anche volti a minare legittimi processi democratici. Non si tratta dunque di idee e di convincimenti di carattere privato o di una mera estrinsecazione verso terzi di opinioni personali, né di meri commenti di carattere personale, ma di eventuali campagne finalizzate o comunque in grado di nuocere agli interessi pubblici e finanche al corretto esercizio del processo democratico, così come stabilito dalla Costituzione.

Il diritto all’oblio

L’articolo 5, al comma 1, stabilisce la possibilità di chiedere la rimozione dal web di contenuti diffamatori o di dati e informazioni personali trattati violando la normativa vigente. In caso di mancata ottemperanza, il comma 2 prevede la facoltà di rivolgersi all’autorità giudiziaria ed il comma 3 estende tale diritto agli eredi.

La disposizione mira ad introdurre il principio del cosiddetto diritto all’oblio, riconosciuto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea — sentenza C-131/12, 13 maggio 2014 — e dalla stessa Corte di cassazione italiana – sentenza n. 16111 del 2013 (Cass. Civile) — secondo cui per reiterare legittimamente notizie attinenti a fatti remoti nel tempo, è necessario il rilevante collegamento con la realtà attuale e la concreta utilità della notizia che deve, comunque, essere sempre riportata entro i limiti della «continenza espositiva». La giurisprudenza della Corte di cassazione già citata ha da tempo affermato che «è riconosciuto un “diritto all’oblio”, cioè il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione. Analogo principio è stato applicato anche a personaggi che hanno avuto grande notorietà».

L’articolo in commento è, come per sua stessa ammissione peraltro, meramente ricognitivo di un principio che è già vigente nel nostro ordinamento: al riguardo, i lettori possono senz’altro approfondire l’argomento riprendendo il nostro contributo: “Libero oblio in libero Stato (di informazione)“.

L’alfabetizzazione informatica

I redattori del progetto di legge ritengono altresì che se da un lato debba essere punito il diffusore di una bufala, dall’altro debba essere educato il fruitore di internet, “allenandolo” ad utilizzare il mezzo informatico in modo consapevole ed accrescendo il suo senso critico di fronte alla mole di notizie e dati che può reperire su internet. In tal senso dispone l’art. 6 del ddl 2688, per cui si stabilisce che le istituzioni scolastiche, nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, individuino tra gli obiettivi formativi quello riguardante l’alfabetizzazione mediatica e il sostegno ai progetti di sensibilizzazione e ai programmi di formazione volti a promuovere l’uso critico dei media online, con particolare riferimento alle norme e ai meccanismi necessari a prevenire il rischio di distorsione delle informazioni o di manipolazione dell’opinione pubblica.

Si stabilisce, inoltre, che nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado siano realizzate iniziative per sostenere la formazione alla professione di giornalista e l’educazione al «giornalismo dei cittadini» allo scopo di accrescere l’alfabetizzazione mediatica e il livello critico degli studenti rispetto all’importanza della veridicità dell’informazione.

Alcune considerazioni conclusive

I primi commentatori della riforma non hanno mancato di sottolineare come tali disposizioni si risolverebbero in definitiva in una sorta di bavaglio alla libera espressione di pensiero, così come tutelata dalla nostra Carta costituzionale.
Per di più, si rileva che sarebbero esclusi dall’ambito di applicazione delle nuove stringenti sanzioni penali i giornalisti professionisti, a scapito di quei “blogger” che negli ultimi anni hanno raggiunto la fama, ma che, in quanto estranei al giro dell’editoria in quanto corporazione, devono sostanzialmente “essere fatti fuori”.

Il problema in realtà non sono, a nostro avviso, i vari “Lercio” o “Il fattoquotidaino”: questi siti sono per vocazione e per loro stessa missione votati alla satirizzazione delle notizie di cronaca, tramutandole in bufala più o meno riconoscibile. Ma rivendicando il proprio status di diffusori di banali e innocenti boutades. Può accadere che un lettore disattento si imbatta distrattamente su una notizia del genere credendola vera, ma in un caso simile, qualora a sua volta la diffondesse, la sua cerchia di collegamenti difficilmente cadrebbe nello stesso errore prendendola sul serio. Insomma, il problema si argina da sé.

L’insidia, se così si vuol chiamarla, va ricercata nel click-baiting, che è una pratica più subdola di attirare lettori sul blog/giornale online tramite un titolo ad effetto che esasperi il contenuto dell’articolo, oppure che non lo rispecchi affatto: non importa, purché desti scalpore. E condivisioni. Questa ipotesi è ben più pericolosa della precedente, perché ormai l’utente medio, affamato di nozioni e informazioni, non legge paradossalmente più. Si ferma al titolo, cerca quanti più titoli possibili che attraggano la sua attenzione. E da lì trae le sue conclusioni in merito a tutto il resto dell’articolo, senza leggerlo o analizzarne attentamente il contenuto.

Ancora, volendo risalire a monte della catena di montaggio dell’informazione, un grande problema è la scelta e la valutazione di attendibilità della fonte da cui si apprende la notizia. E non solo in riferimento alla scelta che attua il lettore nei confronti di una testata o di un blog misconosciuto, bensì delle testate e blog stessi nei confronti delle loro fonti. La riflessione non è fine a sé stessa: basti considerare quello che è successo con i presunti stupri e aggressioni di gruppo di Capodanno in Germania, notizia da cui siamo stati bombardati per settimane da ogni canale di informazione, fosse questo televisivo, cartaceo o informatico. E’ di pochi giorni fa la smentita, al riguardo, di uno dei più diffusi quotidiani tedeschi: “Ci dispiace, chiediamo scusa ai lettori: le violenze sessuali fatte dagli immigrati a Capodanno non sono mai successe“.

>Segue …

Avv. Sabrina Grisoli

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