Il pedone ha sempre ragione?

Un mito da sfatare

Fa parte della coscienza sociale la convinzione, giuridicamente errata, che il pedone, in qualità di soggetto più debole rispetto al conducente di un veicolo, abbia sempre diritto ad essere risarcito, in caso di eventuale investimento da parte dell’automobilista, purché attraversi la strada sulle apposite strisce pedonali.

In realtà non è così. Nell’ambito dei sinistri stradali che si sostanziano nell’investimento del pedone ad opera di un veicolo a motore, la giurisprudenza, di merito e di legittimità, riconosce da sempre la possibilità che il comportamento negligente del pedone possa integrare un fattore causale idoneo, anche in via esclusiva, a determinare l’evento dannoso, con conseguente esclusione della responsabilità del conducente per i danni subiti dal pedone investito.

Le regole contenute nel Codice della Strada

Il punto di partenza è l’art. 190 C.d.S., il quale prevede che “i pedoni, per attraversare la carreggiata, devono servirsi degli attraversamenti pedonali, dei sottopassaggi e dei sovrapassaggi. Quando questi non esistono, o distano più di cento metri dal punto di attraversamento, i pedoni possono attraversare la carreggiata solo in senso perpendicolare, con l’attenzione necessaria ad evitare situazioni di pericolo per sé o per altri”. Laddove manchino del tutto gli attraversamenti pedonali, il pedone è tenuto a dare la precedenza ai conducenti, a meno che egli non abbia già impegnato la carreggiata, caso in cui l’automobilista deve consentirgli di raggiungere il lato opposto in condizioni di sicurezza.

Si tratta di prescrizioni in linea con il principio generale, enunciato nell’art. 140 C.d.S., secondo cui gli utenti della strada (e tra questi sono compresi anche i pedoni) devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione e in modo che in ogni caso sia salvaguardata la sicurezza stradale. Pertanto, anche il pedone è tenuto a rispettare regole specifiche di prudenza, concorrenti con quelle che fanno capo al conducente del veicolo.

Attraversare sulle strisce non basta

Se da una parte l’art 2054 c.c. pone a carico del conducente (di un veicolo senza rotaie) una presunzione di colpa, salvo prova contraria, per il danno provocato a cose e persone, dall’altra parte l’attraversamento del pedone sulle strisce “zebrate” non vale di per sé ad escludere un suo possibile concorso colposo nella causazione del sinistro. In tal caso, secondo il principio statuito dall’art. 1227, comma 1, c.c., la misura del risarcimento è diminuita in proporzione alla gravità della colpa del danneggiato e alle conseguenze che ne sono derivate.

La giurisprudenza, a tale proposito, ha individuato una serie di comportamenti del pedone idonei a fondare il concorso di colpa, tra cui l’attraversamento della carreggiata sulle strisce pedonali con luce semaforica rossa; l’attraversamento fuori dalle strisce pedonali; l’attraversamento in un punto in cui è vietato o sconsigliabile farlo e l’attraversamento imprudente.

Il giudice di legittimità, con sentenza del 19 giugno 2015, n. 12721, porta a riflettere sulla dinamica comportamentale del pedone, il quale è suscettibile di assumere un’efficienza causale esclusiva dell’evento dannoso ove tenga una condotta improvvisa e poco accorta, con conseguente impossibilità dell’automobilista di evitare il sinistro stradale. Nel caso di specie una signora, mentre attraversava la strada in prossimità di un attraversamento pedonale, veniva investita da una vettura, riportando lesioni.

La Corte d’Appello di Milano, nel ricostruire la dinamica dell’incidente, evidenzia il comportamento contrastante con le norme del codice della strada, ondivago e imprevedibile, tenuto dalla persona offesa. Quest’ultima, infatti, dopo aver attraversato metà della carreggiata, giunta in prossimità del secondo attraversamento pedonale che per lei segnava la luce rossa, dapprima accennò ad attraversare, poi si fermò, accortasi probabilmente che era scattato il verde per i veicoli, quindi fece uno scatto improvviso e attraversò correndo. A quel punto l’automobilista, che aveva ripreso la marcia, pur avendo immediatamente frenato, non riuscì ad evitarla. L’accertamento del comportamento colposo del pedone investito dal veicolo non basta, però, per l’affermazione della sua esclusiva responsabilità, essendo pur sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2054 c.c., comma 1, dimostrando di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno (Cass. pen. n. 5399/2013). La Corte d’Appello ha accertato che la condotta del pedone si è configurata, per i suoi caratteri, come una causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, da sola sufficiente a causare l’evento dannoso ai sensi dell’art. 41, comma 2, c.p.

Successivamente, la Corte di Cassazione, nel caso sopra esaminato, non solo ha confermato la ricostruzione del giudice di merito, ma anche ha rigettato la richiesta di risarcimento avanzata dalla signora investita, la quale risultava aver attraversato fuori dalle strisce pedonali, in una strada ad alta concentrazione di traffico e in prossimità dell’incrocio, per di più con luce rossa pedonale nella sua direzione di marcia. Questa eccezionalità ed imprevedibilità messa in atto nella fase dell’attraversamento ha di fatto escluso la responsabilità del conducente, a cui non era addebitabile alcuna violazione delle norme sulla circolazione stradale.

Tuttavia, va anche considerato che la condotta del pedone non sempre ha una incidenza reale nella dinamica del fatto anche quando viene dimostrata una sua teorica colpa

Si può pensare al caso del pedone che, attraversando fuori dalle strisce un rettilineo con piena visibilità da lunghissima distanza, viene investito da un veicolo che procede a velocità sconsiderata. I giudici della Suprema Corte si sono trovati proprio recentemente, con sentenza del 20 febbraio 2017, n. 8112, ad affrontare un caso del genere, respingendo il ricorso avanzato dal conducente del veicolo, imputato di omicidio colposo nei confronti del pedone, il quale aveva iniziato l’attraversamento alla distanza di circa 45 metri da un impianto semaforico con strisce pedonali.

Tra i motivi di ricorso, viene contestata l’entità del concorso di colpa (in misura del 25%) ritenuta esigua rispetto alla grave imprudenza del pedone. Nel caso di specie, la Cassazione ha confermato il giudizio della Corte d’Appello di Roma, che aveva ravvisato il concorso di colpa della vittima di cui all’art. 1227, comma 1, c.c., poiché aveva intrapreso l’attraversamento della sede stradale in un punto non consentito e senza adottare le cautele necessarie.

In ogni caso la Suprema Corte ha ritenuto notevolmente superiore il grado di colpa dell’automobilista, per l’eccessiva velocità tenuta in un centro urbano, in fase di sorpasso e in prossimità di un incrocio, tale da non avergli consentito né di visualizzare in tempo utile il pedone né di adottare alcuna manovra di emergenza. L’obbligo di moderare adeguatamente la velocità, in relazione alle circostanze esterne, va inteso nel senso che il conducente deve essere non solo sempre in grado di padroneggiare assolutamente il veicolo in ogni evenienza, ma deve anche prevedere le eventuali imprudenze altrui. Tale obbligo,
ovviamente, trova il suo limite naturale nella normale prevedibilità degli eventi, oltre il quale non è consentito parlare di colpa.

-Avv. Francesca Giannetti-

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