MINI-GUIDA: Natura del rapporto di lavoro tra Società e Amministratore (Pt. 1)

PARTE PRIMA: L’iter argomentativo compiuto dalla Corte di Cassazione sentenza per sentenza

La controversa qualificazione del rapporto amministrativo è stata oggetto, negli anni, di numerose pronunce, sia di merito che di legittimità, che hanno visto il contrapporsi di due principali orientamenti: il primo, riconduce il rapporto tra la società e l’amministratore alla teoria organica, il secondo, invece, attribuisce a tale rapporto natura contrattuale.

La teoria organica

In base ad essa, gli amministratori sono un organo necessario della società e, come tale, ne rappresentano il centro d’interessi. Non esisterebbe una dualità di soggetti in quanto l’amministratore è l’unico organo che rappresenta la società e ne esprime la volontà. La parte di giurisprudenza di legittimità che ha fatto propria questa teoria, ha altresì escluso che il rapporto di amministrazione possa essere ricondotto al rapporto contrattuale di lavoro subordinato o parasubordinato (tra le più recenti Cass. Civ., 17 ottobre 2014, n. 22046; Cass. Civ., 11 febbraio 2016, n. 2759).

La teoria contrattuale

Questa, invece, valorizza l’incontro della volontà assembleare (tramite l’atto di nomina) e della volontà dell’amministratore (manifestata tramite l’accettazione) che darebbe luogo ad un vero e proprio contratto consensuale e bilaterale e ad oggetto la
prestazione da parte dell’amministratore di servizi e attività in favore della società in cambio della corresponsione di un compenso.

Quale tipologia contrattuale?

L’affermazione della natura contrattuale del rapporto di amministrazione ha comportato, ovviamente, l’esigenza di qualificarlo. Superata la teoria della dottrina più risalente che lo riconduceva al contratto di mandato, il rapporto di amministrazione è stato alternativamente ricondotto nell’ambito del contratto di lavoro subordinato, autonomo e, da ultimo,parasubordinato.

L’Amministratore come lavoratore subordinato o autonomo?

Cominciando dal primo, una parte minoritaria della dottrina ha ritenuto che l’amministratore avesse tutti i caratteri propri della subordinazione, essendo un collaboratore dell’impresa che presta la propria attività lavorativa alle dipendenze e sotto la direzione dell’assemblea, la quale detiene il relativo potere di nomina e revoca di cui all’art. 2364 c.c.
Tuttavia, l’assemblea non avrebbe poteri direttivi o disciplinari e, comunque, non sarebbe idonea ad assumere la qualifica di datore di lavoro. Inoltre, va osservato che non sussiste una norma del codice civile che preveda il diritto dell’amministratore di una società ad essere remunerato, contrariamente all’attività del lavoratore subordinato che, così come previsto dall’art. 36 Cost, non potrebbe essere offerta a titolo gratuito.

Successivamente negli anni si è fatta strada l’idea che il contratto di amministrazione fosse riconducibile al rapporto di lavoro autonomo, di cui all’art. 2222 c.c., in quanto concernente l’esercizio di prestazione d’opera professionale priva del requisito della subordinazione (in tal senso Cass. Civ., 1º aprile 2009, n. 7961; Cass. Civ., 13 novembre 2012,n. 19714).

Gli elementi della parasubordinazione

A partire dagli anni ’70 poi è emersa una nuova forma di prestazione lavorativa, il c.d. rapporto di lavoro parasubordinato, ossia quel rapporto compreso all’interno del lavoro autonomo ma caratterizzato da una situazione di debolezza socioeconomica equiparabile a quella del lavoratore dipendente. Tale situazione di debolezza giustificava l’estensione delle tutele (sostanziali e processuali) previste dall’ordinamento per il lavoratore dipendente. Infatti, l’art. 409 c.p.c. estende l’applicabilità del rito del lavoro anche ai rapporti di parasubordinazione ossia “ai rapporti di agenzia e di rappresentanza commerciale e a tutti gli altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione d’opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato”.

Dalla corretta interpretazione della norma si evince che gli elementi della parasubordinazione sono tre: la continuità, la coordinazione ed il carattere prevalentemente personale dell’opera prestata. Ciò significa che per potersi parlare di parasubordinazione, l’attività del prestatore deve prevalere sull’opera svolta dai suoi collaboratori.

Ne deriva che, secondo le più recenti pronunce delle corti di legittimità, non può essere intesa quale parasubordinazione l’attività prestata in forma societaria o l’attività prestata da un soggetto persona fisica ma parte di una complessa e rilevante organizzazione con la stabile collaborazione di una pluralità di operatori (Cass. Civ., 28 dicembre 2006, n. 27576; Cass. Civ., 21 aprile 2011, n. 9273).

Aspetti processuali

La questione non è meramente teorica. La risoluzione del problema circa la natura del rapporto contrattuale tra Amministratore e Società rileva innanzitutto ai fini dell’applicazione del rito ordinario o speciale alle controversie insorte tra le parti: infatti, solo la qualificazione di tale rapporto in termini di subordinazione comporta l’applicazione del citato art. 409 c.p.c. e, pertanto, del rito del lavoro.

… SECONDA PARTE —>

-Avv. Francesca Giannetti-

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