MINI-GUIDA: Natura del rapporto di lavoro tra Società e Amministratore (Pt. 3)

PARTE TERZA: Le Sezioni Unite 1545 del 2017

Alla luce della suddetta riforma del diritto societario la qualificazione del rapporto amministrativo in termini di parasubordinazione è stata respinta e la giurisprudenza di legittimità lo ha ricondotto ad una nuova tipologia, ossia quella del rapporto societario (Cass. Civ., 9 luglio 2015, n. 14369)

In tale contesto si inserisce la recente pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione del 20 gennaio 2017, n. 1545, con cui viene risolta la controversa questione circa la natura del rapporto intercorrente tra la società e i propri amministratori.
Con la sentenza in questione la Suprema Corte ha confermato la sussistenza dei due profili (interno ed esterno) nel rapporto società-amministratore ma, a differenza dell’intervento del 1994, ha escluso il ricorrere del requisito della coordinazione, previsto dall’art. 409 c.p.c., nel suddetto rapporto.

A tali conclusioni il giudice di legittimità perviene in considerazione della riforma del 2003, e, in particolare, alla luce del già menzionato principio di esclusiva competenza dell’organo amministrativo nella gestione dell’impresa.
In virtù di ciò l’amministratore non potrebbe più subire l’ingerenza e la direzione dell’assemblea negli atti di gestione, elemento che avrebbe consentito di ricostruire il rapporto amministrativo in termini di parasubordinazione.

Conseguenze processuali

Inoltre, nel rapporto società-amministratore manca l’elemento della soggezione economica (c.d. debolezza contrattuale) che, anche se non prevista espressamente dalla legge, giustifica l’estensione delle tutele del lavoro subordinato a quello classificabile come parasubordinato.
Sulla base di tali considerazioni, i giudici di Piazza Cavour hanno seguito la linea già tracciata dalla recente pronuncia n. 14369 del 2015 che, interpretando in maniera estensiva la nozione dei rapporti societari di cui all’art. 3 del D.lgs. 168/2003, aveva ricompreso in essa tutte le controversie che vedevano coinvolti i rapporti tra l’amministratore e la società, senza
distinguere fra quelle relative all’agire degli amministratori nell’espletamento del rapporto organico e quelle concernenti i diritti ad essi spettanti sulla base del contratto stipulato con la società.
In conseguenza della pronuncia de quo può quindi ritenersi sancito il principio per cui tutte le controversie inerenti al rapporto amministrativo non possono essere soggette al rito del lavoro ai sensi dell’all’art. 409, comma 1, n. 3), c.p.c. ma devono essere soggette al rito ordinario e devolute alle Sezioni Specializzate in materia di impresa ai sensi dell’art. 3 del
d.lgs. 168/2003.

L’abbandono della c.d. teoria contrattualistica

Le Sezioni Unite poi, ribaltando l’interpretazione elaborata nel 1994, affermano che il rapporto dell’amministratore con la Società non è assimilabile né a quello di un lavoratore subordinato o parasubordinato, né a quella di un prestatore d’opera autonomo, e come tale non può e non deve essere regolato da un contratto.

L’amministratore, secondo i giudici di legittimità, è un organo della persona giuridica che rappresenta; egli si immedesima totalmente con la società, con la quale instaura un “rapporto societario”. Questa identità di posizione non consente di regolare contrattualmente il rapporto che lega l’amministratore con la società, mancando una vera “dualità” tra questi due soggetti.

Non potendo più utilizzare il contratto come strumento per disciplinare il rapporto, le società dovranno ricorrere agli strumenti tipici previsti dal diritto societario e dal codice civile per definire le condizioni da applicare all’amministratore: quindi, secondo i casi, tale disciplina dovrà essere adottata mediante delibere dei consigli di amministrazione, ove esistenti, oppure mediante gli atti di nomina delle assemblee.

Lo spazio per la sottoscrizione di un contratto resta aperto solo per i casi nei quali la stessa persona cumula la figura dell’amministratore societario (nelle sue funzioni tipiche di soggetto che si immedesima con la Società e le consente di raggiungere i propri scopi) con una posizione diversa, avente ad oggetto un attività di lavoro autonomo, parasubordinato o
subordinato.

Ulteriori conseguenze dell’estraneità al classico rapporto di lavoro: la pignorabilità dello stipendio dell’amministratore

Inoltre, le Sezioni Unite con la citata sentenza del 2017 offrono una risposta definitiva al quesito circa la pignorabilità dello stipendio degli amministratori.

Si chiarisce, infatti, che il compenso ad essi spettante per le funzioni svolte in ambito societario può essere pignorato
nella sua interezza e non nel limite di un quinto come stabilito dall’art. 545 c.p.c, in quanto essi non sono assimilabili a lavoratori subordinati o parasubordinati.

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-Avv. Francesca Giannetti-

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