Diritto di oblio e motori di ricerca – Pt. 2-

di: Dott. Stefano Gazzella

L’attività del motore di ricerca

La direttiva 00/31/CE sul commercio elettronico, attuata mediante il D.lgs. 9 aprile 2003, n. 70, definisce l’attività da parte del prestatore di servizi della società dell’informazione di caching ovverosia di memorizzazione automatica, intermedia e temporanea di dati effettuata allo scopo esclusivo di rendere più efficace il successivo inoltro delle informazioni a richiesta di ulteriori destinatari.

diritto all'oblio e alla reputazione cancellando dati pregiudizievoli
Il motore di ricerca svolge la sua attività tramite un web crawler o spider, un robot che sistematicamente scansiona i siti copiando le informazioni reperite le quali sono successivamente indicizzate con assegnazione di rilevanza per parole chiave.

Tali parole chiave poi possono essere impiegate dagli utenti per la ricerca di informazioni attinenti, dando luogo alla visualizzazione dei risultati.

Titolarità dei dati e obblighi di intervento

Il motore di ricerca è dunque configurabile come chaching provider ed è riconosciuto essere, in ragione di detta attività, soggetto titolare e responsabile del trattamento dei dati; in forza di esplicita previsione da parte della direttiva e-commerce è però esentato da un obbligo generale di sorveglianza dei risultati resi.
Ciò si ritiene dovuto in base ad una valutazione in termini di ragionevolezza di concreta imputazione di eventuali responsabilità.

Ciò non elide tuttavia un dovere specifico di intervento previsto dalla Direttiva (art. 13 co. 1 lett. e) a carico del Provider -riprodotto nell’art. 15 co. 1 e) del Decreto-, non appena questi «venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete o che l’accesso alle informazioni è stato disabilitato oppure che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa ne ha disposto la rimozione o la disabilitazione».

Identico dovere di intervento deve ritenersi sussistere riguardo le funzioni di snippet (ovverosia le sintesi automatiche a corredo delle ricerche) e di suggerimento tramite compilazione automatica, entrambe funzioni che coerentemente non possono che
seguire il destino di deindicizzazione di un risultato di ricerca.

L’impulso all’intervento del Provider

La legge pone a carico del soggetto interessato alla rimozione l’onere di segnalare i singoli link dei risultati di ricerca di cui lamenta la permanenza sul web, mentre sta al motore di ricerca compiere l’operazione di bilanciamento con l’interesse pubblico, operando due valutazioni: da un lato, la fruizione del servizio di search engine da parte dei destinatari (gli utenti), dall’altro l’importanza delle informazioni in quanto “rilevanti” per la tutela del pubblico.

Purtroppo ultimamente ci si trova spesso a doversi confrontare con dinieghi di oblio che non fanno corretta applicazione dei principi sopra enunciati.

Infatti, sebbene la principale salvezza dall’oblio sia di per sé costituito dal decorso del tempo, i Provider giustificano il loro mancato intervento sostenendo che giacché alcuni utenti ancora ricercano l’informazione, allora sussiste l’interesse pubblico alla sua permanenza in rete.
oblio e memoria nel web
Non pochi dubbi desta inoltre l’assegnazione di rilevanza mediante algoritmo, e il rischio della poca pertinenza dei risultati con una keyword che renda determinate (o troppe) informazioni in un ordine che difficilmente può assicurare la tutela della personalità e dell’immagine del soggetto interessato.

Gli ultimi arresti legislativi

Nel Reg. UE 2016/679, l’art. 17 riconosce espressamente il diritto di oblio prevedendo inoltre, al par. 2, l’obbligo in capo al titolare del trattamento che abbia reso pubblici i dati personali detenuti, di provvedere anche ad informare «tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione» tutti i titolari di trattamento che stanno trattando i dati personali dell’interessato di «cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali».

Così, accanto all’intervento di deindicizzazione sussisterebbe un nuovo obbligo la cui portata ad oggi non è precisamente definita e per cui si attendono le dovute precisazioni da parte delle Autorità Garanti europee.

L’istruttoria tutt’ora in corso, iniziata a Febbraio 2017 nei confronti di Yahoo! e Google da parte dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali in seguito al noto “caso Cantone” non può che confermare la rilevanza e l’attualità della tematica del diritto all’oblio applicato ai motori di ricerca e aprire lo scenario a future prospettive evolutive.

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