La pena detentiva: privazione della libertà o della dignità stessa della persona?

di: Avv. Alessandro Bozzi

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27, comma III, Cost.).
“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.” (art. 3 CEDU).

Il combinato disposto degli artt. 27, comma III, Cost. e l’art. 3 CEDU costituisce l’incipit imprescindibile per una puntuale e corretta disamina di un fenomeno che, negli ultimi mesi, ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e scatenato furenti polemiche, anche sui social network: la dignità della pena detentiva.
carcere esterno foto
Dibattito che si è acceso agli albori dell’ormai celeberrima sentenza n. 27766 del 22 marzo 2017 della I Sezione della Corte di Cassazione Penale, con la quale i giudici hanno annullato l’ordinanza n. 299/2016 del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, del 20/5/2016, e cristallizzando la tesi della “morte dignitosa” in merito al noto caso del boss mafioso Salvatore Riina, attualmente ricoverato presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma.

Mediante tale ordinanza, infatti, il Tribunale di Sorveglianza aveva rigettato la richiesta di differimento dell’esecuzione della pena o, in via subordinata, di applicazione della detenzione domiciliare, presentata nell’interesse di un soggetto, Salvatore Riina, ultraottantenne, affetto da gravi patologie, limitandosi a rilevare la trattabilità delle patologie del detenuto anche in ambiente carcerario, ma omettendo ogni valutazione complessiva del suo stato di logoramento fisico e delle
condizioni di detenzione, da considerarsi non in astratto, ma con riferimento alle caratteristiche peculiari del luogo di detenzione ed alle sue eventuali deficienze strutturali.

La motivazione dell’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna

II provvedimento impugnato, pur affermando le gravissime condizioni di salute in cui versa Totò Riina, il quale, oltre ad essere di età avanzata, risulta affetto da plurime patologie che interessano vari organi vitali, in particolare cuore e reni, con sindrome parkinsoniana in vasculopatia cerebrale cronica, negava la sussistenza dei presupposti normativi richiesti dall’art. 147, comma 1, n. 2, c.p. per il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena.

In particolare, tale ordinanza escludeva, da un lato, l’incompatibilità della detenzione con le condizioni cliniche di Riina e, dall’altro, il superamento dei limiti imposti dal rispetto dei principi costituzionali del senso di umanità della pena e del diritto alla salute.

La diversa visione della Suprema Corte

Secondo i giudici della Suprema Corte, infatti, l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza è viziata da una mancanza di motivazione con riguardo alla circostanza che lo stato di detenzione carceraria, in presenza di patologie implicanti un significativo scadimento delle condizioni generali e di salute del detenuto, potesse comportare una sofferenza e un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che deriva dalla legittima esecuzione della pena.
carcere giudiziario
Salvatore Riina, allo stato, è un soggetto ultraottantenne, affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa, tanto da essere allettato con materasso antidecubito e non autonomo nell’assumere una posizione seduta, esposto, in ragione di una grave cardiopatia, ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili.

Sulla scorta dell’insussistenza di un’adeguata e motivata valutazione di tali condizioni di salute e della compatibilità delle stesse con la pena inflitta, la Cassazione è giunta ad affermare “l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente che, proprio in ragione dei citati principi, deve essere assicurato al detenuto ed in relazione al quale, il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare, deve espressamente motivare.”

L’orientamento della giurisprudenza di legittimità

Alla luce di quanto testè richiamato, è d’uopo interrogarsi circa l’opportunità di mantenere una pena detentiva, soprattutto quella della detenzione in carcere, qualora un soggetto versi in una situazione clinica grave a tal punto da far ritenere l’evento morte inevitabile ed imminente.

La giurisprudenza, ancor prima della celeberrima sentenza inerente al caso di Salvatore Riina, una risposta a questo quesito l’aveva fornita, statuendo che “la detenzione con sicura prognosi di morte in carcere in stato di gravissimo decadimento è contraria al senso di umanità salvo che si dia dimostrazione effettiva che pur in quelle condizioni il detenuto sarebbe in grado, ancora oggi, di commettere altri gravi reati.” (Cass. Pen., sez. I, 29/11/2016, n. 54446).

Il requisito dell’attualità della pericolosità del detenuto, inoltre, non è stata adeguatamente motivata nemmeno nel caso di Salvatore Riina, in quanto l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza, pur rimarcando l’altissima pericolosità del detenuto Salvatore Riina e del suo indiscusso spessore criminale, non chiariva, con motivazione adeguata, come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico dello stesso.

Ne consegue che, non sussistendo un’adeguata motivazione sull’attualità della pericolosità del boss mafioso in considerazione del sopravvenuto peggioramento delle condizioni di salute, è da considerarsi contraria al senso di umanità la detenzione in carcere di un soggetto affetto da patologie di gravità tale da non poter essere curato adeguatamente in una struttura penitenziaria.

Principi fondamentali in tema di funzione della pena

Un verdetto, quello della Suprema Corte di Cassazione, che ha dato adito a furenti polemiche nell’opinione pubblica, accecata dall’ira nei confronti di un’icona della malavita e refrattaria all’idea che ad un sanguinario e pericoloso criminale possa essere riconosciuta alcuna dignità, nemmeno in punto di morte.

Ma prima di trascendere in grette e avventate disquisizioni, che spesso non sono sorrette da congrue argomentazioni né in fatto né in diritto, è necessario partire proprio dalla Costituzione, vera e propria Grundnorm del nostro ordinamento.
funzione rieducativa della pena
Il principio sancito all’art. 27, comma III, impone l’ordinamento a non prescindere mai dal senso di umanità, presupposto fondamentale per poter rieducare il condannato e redimerlo in vista del suo reinserimento nel tessuto sociale.

Anche l’art. 3 della CEDU, sul punto, cristallizza un assunto di stringente rilievo: sono contra legem tutte le pene che possano trasmigrare in atti di tortura e/o trattamenti inumani e degradanti.

Giova rammentare che l’Italia è stata sovente sanzionata dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per il sovraffollamento delle carceri e il trattamento inumano e degradante dei detenuti.

Tali reiterate sanzioni han fatto sì che, seppur in modo tardivo, l’ordinamento italiano corresse ai ripari, introducendo il reato di tortura, che recepisce finalmente le indicazioni contenute nella Convenzione di New York del 1984.

Il neointrodotto reato di tortura

Il nuovo art. 613-bis c.p., infatti, punisce con la reclusione da 4 a 10 anni chi “con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa (…), se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.

La fattispecie è aggravata – da 5 a 12 anni di reclusione – se i fatti di cui sopra “sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio.”

Restano fuori dall’area della punibilità le “sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti.”

Ulteriori aggravanti sono previste quando dai fatti sopra descritti derivino lesioni personali – gravi o gravissime – e la morte della persona offesa, sia come conseguenza non voluta che non voluta.

Parimenti, è stato introdotto anche il reato di “Istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura” (art. 613-ter), sanzionato con la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni, che si configura allorchè il pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga in modo concretamente idoneo altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione è accolta ma il delitto non è commesso.

Ulteriori profili sostanziali e processuali

Un ulteriore aspetto innovativo della riforma è costituito, altresì, dal nuovo comma 2-bis dell’art. 191 c.p.p., il quale, in tema di prove illegittimamente acquisite, stabilisce l’inutilizzabilità delle dichiarazioni o delle informazioni ottenute mediante il delitto di tortura, salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale.

Ulteriori disposizioni prevedono, infine, il divieto di respingimento, espulsione o estradizione di una persona verso uno Stato, quando vi siano “fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura”; a tal fine si tiene conto anche dell’esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani.

Fedor Dostoevskij scriveva che “Il grado di civilizzazione di una società si può misurare entrando nelle sue prigioni.”

L’Italia, in tal senso, deve implementare il processo di adeguamento delle proprie carceri agli standard europei e, soprattutto, evitare che il sovraffollamento e le condizioni dei detenuti possano trascendere in palesi violazioni del senso di umanità e dignità degli individui.

L’auspicio è che l’introduzione del reato di tortura – seppur con i limiti derivanti dall’obbligatorietà “del fatto commesso mediante più condotte” – e le recenti pronunce della Cassazione Penale possano sollecitare anche un revirement nella coscienza popolare dinnanzi al tema delle finalità stesse della pena detentiva che, prima ancora che afflittiva, deve tendere alla rieducazione del condannato.

Ma in modo legittimo e non lesivo di umanità e dignità.

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