Leggi d’estate: Divorzio all’italiana

Avete mai riflettuto sui possibili risvolti giuridici contenuti nelle trame di film celebri? Quest’estate vi proponiamo la visione di alcuni di essi, e ne analizzeremo i profili di diritto con l’aiuto di alcuni esperti. Buona visione!

di: avv. Sabrina Grisoli. Intervista a Paolo Lecce, investigatore privato, vicepresidente regionale Federpol e titolare presso Observer S.r.l.








“Divorzio all’italiana”, 1961, regia di Pietro Germi.








“Patané era un uomo straordinariamente timido e Rosalia una donna disgustosamente fedele: in tre sedute non era ancora successo niente. O quasi.”

Il barone Fefè Cefalù vuole disperatamente liberarsi di sua moglie Rosalia: è infatti innamorato della più giovane e bella cugina. Ma come fare? In Italia la legge sul divorzio arriverà solo nel 1970, quindi rimane solo un’opzione. Avvalersi dell’art. 587 del codice penale che regolava il c.d. delitto d’onore.

In base a tale norma, chi provocava la morte o lesioni al coniuge e al di questi amante in flagranza di tradimento o nello stato d’ira determinato dall’offesa al suo onore, soggiaceva a delle pene lievissime. Tale norma verrà abolita solo vent’anni più tardi, e prevedeva la reclusione da tre a sette anni per un omicidio, e da due a cinque per lesioni, quindi sensibilmente più basse rispetto quelle previste dai rispettivi artt. 575 e 582 c.p.

Il barone decide quindi di piazzare una cimice in casa, e più precisamente nella stanza dove il pittore Patanè sta restaurando dei fregi antichi. L’uomo è infatti un vecchio pretendente di Rosalia ed è ancora perdutamente innamorato di lei: attraverso l’ascolto abusivo delle loro conversazioni, Fefè cercherà di scoprire se sotto il suo tetto si sta consumando un tradimento.

Sig. Lecce, il protagonista del film nasconde un microfono collegato ad un registratore nella casa dove convive con la moglie, allo scopo di scoprirne l’infedeltà: tale condotta è lecita o no?

Spiare o intercettare con delle microspie una persona nel proprio domicilio è sempre reato.

Secondo la giurisprudenza, infatti, il comportamento di chi nasconde in casa un registratore audio, video o una microspia per registrare quello che dice il coniuge integra il reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615 bis c.p.). La norma opera anche nei riguardi dei conviventi stabili nonché di quelli occasionali.

Un investigatore privato, invece, potrebbe effettuare una simile indagine?

Decisamente no. La norma in questione tutela in modo assoluto il diritto alla riservatezza dei soggetti che si trovino nei luoghi ove si esplicano episodi significativi della propria vita privata.

Infatti, la norma penale non esclude dal novero dei possibili soggetti attivi nemmeno gli investigatori privati (Cass. pen., sentenza n. 9235/2012,ndr). Anzi, per costoro è prevista una pena maggiore: da uno a cinque anni in luogo della pena base che va da sei mesi a quattro anni.

Quindi qual è l’ambito spaziale entro il quale può legittimamente esplicarsi il mandato difensivo conferito da un cliente?

Tutti i luoghi pubblici innanzitutto. L’investigatore potrà effettuare riprese di due soggetti che si baciano in una piazza, ad esempio.

Ma potrà fare una foto che ritragga due soggetti in effusioni anche in luoghi di privata dimora, purché l’operatore si trovi all’esterno e purché la scena sia visibile dalla strada o da altro luogo pubblico agevolmente e senza l’ausilio di tecnologie o particolari escamotage per evitare ostacoli posti a presidio della privacy (come scavalcare un muro di cinta).

In sostanza, se due amanti si baciano alla finestra di casa e l’investigatore li fotografa dalla strada, ciò è perfettamente lecito.

E per concludere, un coniuge potrebbe legittimamente investigare in proprio e cioè senza l’ausilio di un professionista, entro i limiti da lei sopra richiamati, per scoprire eventuali infedeltà della moglie?

Premetto che noi investigatori privati, per esercitare la nostra professione, dobbiamo essere in possesso di determinati requisiti e previamente autorizzati dal Prefetto.

Chiunque svolga l’attività investigativa in modo “professionale” (inteso con caratteri di stabilità nel tempo e con metodi organizzativi propri di un’imprenditore) ma senza i requisiti prescritti e l’autorizzazione prefettizia, commette i reati di cui agli artt. 134 e 140 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.

Il privato cittadino che decida di investigare per suo conto in modo saltuario e per tutelare un suo esclusivo interesse personale non commette i reati sopra citati, che rimangono “propri” di chi svolga tali attività in forma imprenditoriale o professionale.

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