Editoriale: Il delitto di Noemi, il fallimento dell’intera società


di: Alessandro Bozzi.
Avvocato – PhD in Criminologia

L’antropologo romano Ernesto De Martino, nella sua celeberrima opera sul fenomeno del tarantismo, aveva ribattezzato il Salento come “la terra del rimorso”.

Le tristi vicende di cronaca degli ultimi giorni, invece, tratteggiano l’estremo lembo d’Italia a Sud Est come la terra del dolore, della rabbia, della disperazione.
Della morte.
Una morte che è giunta ineluttabile e tristemente annunciata, lordando di sangue le amene e suggestive campagne del basso Salento e gettando nello sgomento due comunità intere, quelle di Specchia e di Montesardo, che ora si interrogano sulle dinamiche, le cause e gli effetti di questo orribile delitto.

L’omicidio della piccola Noemi Durini, 16enne originaria di Specchia, è lo straziante epilogo di una vicenda che ha tormentato ed esacerbato gli animi della collettività del Sud Salento sin dal 3 settembre, giorno in cui si sono perse le tracce della giovane.

Per ragioni etiche e deontologiche, non entreremo nel merito della vicenda, per rispetto delle famiglie coinvolte e, soprattutto, perché la dinamica dei fatti e l’accertamento dei responsabili e delle armi del delitto sono oggetto di attività d’indagine, nei confronti della quale è doveroso mantenere un ossequioso riserbo.

Dovere di riservatezza che, al contrario, è stato palesemente frustrato ed eluso dai “media” che, in queste ore, hanno tristemente trasformato la morte in uno scoop mediatico, da servire appannaggio della collettività per soddisfare una pruriginosa quanto macabra curiosità.

Lascia sgomenti, ad esempio, l’intrusione – in piena attività d’indagine – nella casa dei genitori del 17enne L.M., accusato dell’omicidio di Noemi, per la rivelazione in diretta dalla confessione resa dal figlio e del contestuale ritrovamento del cadavere della ragazza, con inquadrature mirate alla mimica facciale dei genitori, quasi a voler focalizzare, scientemente, l’effetto deflagrante di una simile notizia sul volto di un essere umano.

Altrettanto stigmatizzabile è la ressa di giornalisti e curiosi che ha affollato le campagne di Castrignano del Capo, dove è stato ritrovato il cadavere della vittima, con il rischio di calpestare la scena del crimine e compromettere il rinvenimento di elementi indiziari o probatori utili ai fini delle indagini.

Ad ogni buon conto, la morte della piccola Noemi impone una riflessione su un tema tristemente già noto, dibattuto e sul quale, anche di recente, è intervenuto il legislatore, puntellando nel 2013 le norme sui reati espressione di “violenza di genere”.

Il tema del “femminicidio.”

Un fenomeno che intacca la nostra società, come un cancro contro il quale fatichiamo a trovare una terapia efficace.

Il sacrificio di Noemi ha scoperchiato, per l’ennesima volta, il vaso di Pandora, portando alla luce le criticità, le anomalie e le negligenze di un sistema che non è esente da responsabilità in quanto è accaduto.

A parer di chi scrive, ergersi ora a “giustizialisti” e cercare a tutti i costi di demonizzare il ragazzino indagato per omicidio, come fosse il “mostro” da fucilare nella pubblica piazza, è solo rinfocolare con ulteriore odio e violenza un problema di gravità e dimensioni tali da meritare un approccio molto più certosino, programmatico e lungimirante.

La sensazione che tali delitti lasciano nell’animo di chi opera nel mondo della giustizia, delle pubbliche istituzioni o della forza pubblica è che, probabilmente, non si sia riusciti a fare abbastanza per far sì che il fenomeno del “femminicidio”, o della violenza in generale, in tutte le sue forme, venisse fronteggiato in modo efficace.

Dobbiamo sentirci tutti responsabili della morte di Noemi, del profilo violento del suo fidanzatino e di tutte le storie di violenza sessuale, fisica o psicologica che pervadono la nostra quotidianità, molto spesso addirittura nelle mura domestiche.

Perché il male della violenza è qualcosa che serpeggia, abita e mina le menti di tutti noi.

Ed è proprio un cambiamento di mentalità, di cultura, ciò che probabilmente gioverebbe alla società nella lotta a questo fenomeno.

Una lotta, per ora, che ha portato ad aumentare le denunce ma che non ha rotto il muro di silenzi, omertà, paura e scarsa informazione su quali siano le avvisaglie della violenza, quali possano essere i sintomi della stessa e quali gli strumenti di tutela.

Perché molto spesso si deve arrivare all’omicidio e alla violenza sessuale per comprendere la potenziale gravità di taluni comportamenti che, se non convogliati sin da subito nei binari del rispetto, dell’educazione e della civiltà, possono facilmente trasmigrare in atti idonei a mettere a repentaglio l’incolumità o addirittura la vita di un individuo.

La violenza non sempre porta con sé dei segni tangibili, quali una ferita da arma da taglio, un’ecchimosi, lacerazioni dei tessuti vaginali o via discorrendo.

Ci sono ferite ben più abissali che lacerano in profondità la psiche delle vittime, ed è già in quella fase che bisognerebbe intervenire, affinchè tali ferite si possano rimarginare senza giungere a conseguenze peggiori.

La vicenda di Noemi è, purtroppo, l’ennesima prova che tali sintomi spesso non vengono avvertiti, lasciando sia la ragazzina che il fidanzatino in balìa di una spirale di odio, maltrattamenti, violenza e profili psicologici fragili e facilmente strumentalizzabili, nella colpevole indifferenza di tutti noi.

Anche le pubbliche istituzioni hanno lasciato soli questi ragazzi, non ascoltando, peraltro, il grido d’aiuto della mamma di Noemi, che aveva già denunciato il giovane fidanzato alla procura per i minorenni di Lecce.

Elemento, questo, che ha fatto sì che la vicenda sia al vaglio sia del Consiglio Superiore della Magistratura che del Ministro di Grazia e Giustizia, Orlando.

In attesa che la Magistratura delinei i contorni di questa straziante vicenda, non ha più senso scagliarsi contro il 17enne, il cui profilo psicologico è parso evidentemente segnato dai trattamenti invasivi cui è stato sottoposto negli ultimi anni, come dimostra lo stesso atteggiamento irriverente mostrato all’uscita della Caserma dei Carabinieri, ove è stato interrogato per diverse ore, sino a confessare la commissione dell’omicidio.

Rabbia e odio non ci restituiranno più il sorriso di Noemi e non emenderanno il suo assassino, che, al contrario, necessita, qualora giudicato colpevole, di una pena severa ma, soprattutto, di un percorso di cura e di riabilitazione che possa restituirlo alla società in condizioni fisiche e mentali che gli permettano di avere consapevolezza della gravità del proprio gesto.

Diversamente, sarebbe più proficuo riflettere su quali possano essere gli strumenti da adottare per far sì che vite come quella di Noemi – e del suo giovane assassino – non siano recise o straziate così prematuramente.

Il viatico migliore, forse, può essere quello di prevenire la violenza, attraverso iniziative di sensibilizzazione della collettività, nelle scuole, nei luoghi di aggregazione e, semplicemente, nelle menti di ognuno di noi.

Perché educare le persone al cambiamento, da praticarsi con i valori del rispetto, dell’amore libero ed incondizionato e dei sani principi, è la risposta più efficace che sia gli organi istituzionali che ognuno di noi possono dare al fenomeno della violenza, affinchè si possa fronteggiare e, chissà un giorno, debellare.

Rimani connesso con Centro Sarg: segui e condividi i nostri aggiornamenti sul tuo social preferito!

Be Sociable, Share!
Ti è piaciuto questo articolo?
Richiedi consulenza su questo argomento:

info@centrosarg.com

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condivisioni:
CrestaProject