FOCUS: Il delitto di Avetrana: la Cassazione deposita le motivazioni

Le verità della Cassazione su un giallo “di famiglia”, costellato di omertà e depistaggi

di: avv. Alessandro Bozzi, Phd in Criminologia

Credits: Gino Saracino ph.

Avetrana e Specchia sono separate soltanto da un’ottantina di chilometri ma, seppur appartenenti a due province differenti – rispettivamente, Taranto e Lecce -, entrambe si collocano nell’area geografica a tutti nota come “Salento”.

Un territorio, quello salentino, che ancora piange e si tormenta per la straziante uccisione della piccola Noemi Durini, rinvenuta in un campo di ulivi nei pressi di Castrignano del Capo, sepolta sotto un cumulo di pietre.

Ma mentre il basso Salento si interroga sulla dinamica del delitto e sulla ricerca dei suoi responsabili, attraverso il silente ma certosino lavoro degli inquirenti, nel tarantino un altro efferato delitto ha costernato gli animi della collettività, che dal 26 agosto 2010 grida il suo anelito di giustizia per la morte di un’altra adolescente, quasi coetanea di Noemi: Sarah Scazzi, uccisa ad Avetrana in un caldo pomeriggio d’estate.

Dopo tre gradi di giudizio e un iter investigativo e processuale estenuanti protrattisi per 7 lunghi
anni, la giustizia sembra essere finalmente emersa in tutta la sua lancinante drammaticità.
La verità, almeno quella processuale, è cristallizzata nelle 193 pagine della sentenza della Prima
Sezione Penale della Corte di Cassazione, di data 20/21 febbraio 2017, le cui motivazioni sono state
depositate l’11 ottobre 2017.
D’altronde, solo quella processuale può essere esaminata, perché le altre verità resteranno per sempre inabissate nel pozzo della Mosca, il luogo dove è stato rinvenuto il cadavere della piccola Sarah Scazzi, 42 giorni dopo la sua uccisione.

Ma ripercorriamo le fasi salienti di questo atroce e raccapricciante delitto, attraverso l’esegesi della sentenza della Cassazione Penale.

La quindicenne Sarah Scazzi è cugina di Sabrina Misseri e nipote di Cosima Serrano e Michele Misseri, gli interpreti di questo film dell’orrore che si è consumato nell’alto Salento, nel comune di Avetrana.

A pochi chilometri di distanza da via Deledda, l’abitazione dei Misseri ove la piccola Sarah esalerà
il suo ultimo respiro, c’è il mare e quel maledetto 26 agosto Sarah esce di casa, intorno alle 13.50,
per raggiungere la cugina Sabrina, in infradito, pantaloncini corti e canottiera, proprio per recarsi al mare con la cugina e l’amica Giancarla Spagnoletti.
Ma al mare, quel giorno, Sarah Scazzi non ci è mai arrivata.

L’esame autoptico sul cadavere della ragazza, reso complesso anche dall’esposizione del corpo ad
animali e agenti atmosferici per 42 interminabili giorni, testimonia che la morte della piccola si
colloca tra le 14.00 e le 14.20, circa un’ora dopo la consumazione del pasto, sulla scorta del calcolo
della digestione.
Per quanto concerne, invece, alle cause del decesso, le perizie medico-legali attestano che la morte è intervenuta per strangolamento, ossia a seguito di asfissia meccanica da costrizione delle vie aeree esterne.
L’azione omicida si sarebbe perpetrata in un lasso di tempo compreso tra i 2/3 minuti e i 5/6 minuti, ad un’ora dalla consumazione dei pasti.

Per quanto riguarda, invece, le tracce tanatologiche sul corpo della vittima, restano ben visibili i
segni di un solco piano e nastriforme nella parte anteriore del collo e segni dell’incrocio dei capi
del mezzo costrittivo nella parte posteriore.

Riscontri che fanno vacillare le dichiarazioni rese, in un primo momento, dallo zio Michele Misseri,
che prima finge il ritrovamento del cellulare della ragazza e poi indica il luogo dove la piccola giace
sepolta, attribuendosi l’esclusiva responsabilità dell’omicidio di Sarah.

Credits: Gino Saracino ph.

Nonostante si dichiari colpevole, Misseri non riuscirà mai a fornire dei dettagli precisi e univoci,

né sul movente – sulle prime, costituito da un raptus d’ira dovuto ad un guasto del trattore per poi
divenire, in un secondo momento, un movente sessuale per un approccio alla quale la ragazza
avrebbe reagito con un calcio, scatenando l’ira omicida dello zio – né, tantomeno, sulle modalità
commissive del delitto stesso.

Egli riferisce spesso di aver strangolato la nipote facendo uso di una corda, ma viene smentito
dall’esame autoptico sul corpo della vittima, che parla invece di impronte ripetitive e segmentate,
della lunghezza di 2,6 cm, le quali fanno propendere per l’utilizzo di una cintura e non di una
corda.
Ma cosa c’è dietro al repentino cambio di versioni dello zio Michele Misseri? Chi sta coprendo con
la sua condotta idonea a fuorviare gli inquirenti e a depistarli con falsi indizi, quali lo stesso finto ritrovamento del cellulare?
Secondo la Suprema Corte, anche tale gesto non è mosso dall’intento di far ritrovare il corpo,
motivo per cui viene confermata la più grave imputazione di soppressione del cadavere ex art. 411
c.p. e non quella più mite di occultamento di cadavere di cui all’art. 412 c.p.
Il discriminen tra la soppressione e l'occultamento di cadavere va individuato, infatti, nelle modalità del nascondimento, tali da rendere il rinvenimento del corpo tendenzialmente impossibile nel primo caso, altamente probabile, sia pure a mezzo di una ricerca accurata, nel secondo. (Cassazione penale, sez. I, 10/06/2013, n. 32038).

L’atteggiamento del Misseri, peraltro osteggiato dalla figlia Sabrina e dalla moglie Cosima,

preoccupate per l’eccessiva attenzione che avrebbe attirato sugli inquirenti una simile modalità
comportamentale, si rivela come un intimo cedimento emotivo, comprovato dall’espressione usata dallo stesso zio nel raccontare di sogni in cui la nipote Sarah “gli invocava aiuto perché aveva freddo.”

Il corpo di Sarah Scazzi, infatti, è stato rinvenuto privo dei vestiti all’interno del pozzo situato in
località Mosca, e gli abiti sarebbero stati tolti proprio per velocizzarne la decomposizione e rendere ancora più difficile il rinvenimento del corpo.
Ma se Michele Misseri è responsabile della soppressione del cadavere, assieme al fratello Carmine
e al nipote che ne hanno agevolato le pratiche di sepoltura,

chi ha soffocato la povera Sarah?

Secondo la Corte, le uniche presenti a casa Misseri tra le 14:00 e le 14:15, il lasso di tempo in cui si presume abbia perso la vita la piccola Sarah.
Sabrina Misseri e la madre, Cosima Serrano.

Entrambe condannate all’ergastolo per i delitti di sequestro di persona aggravato dalla morte della
vittima e della soppressione del cadavere della piccola, che esse stesse avrebbero ordinato al padre Michele Misseri e che, come dimostra l’aggancio dei cellulari ad una cella situata vicino al pozzo
situato in località Mosca nella mattina del 27 agosto 2010, loro stesse vanno a verificare il giorno
successivo all’omicidio.

C’è un altro dettaglio che rende ancora più inquietante questa vicenda: sul corpo di Sarah non sono stati rinvenuti segni di lotta o legati al tentativo di allentamento della cintura stretta al collo, come reazione istintiva al soffocamento che si stava compiendo.
La sentenza della Corte è inequivocabile nell’affermare che l’azione di strangolamento non poteva
essere quindi opera di un unico soggetto, ma doveva essere avvenuto per effetto del concorso sinergico di due persone, l’una che aveva posto in essere la specifica azione di soffocamento da dietro alla vittima, e l’altra che le aveva inibito ogni tentativo di difendersi.

Michele Misseri non può essere coinvolto in questa fase, in quanto nelle varie e contraddittorie
dichiarazioni da lui rese, mai aveva manifestato di avere piena contezza delle modalità commissive
del fatto criminoso.
Non resta che attribuire tale azione alle due donne, Sabrina Misseri e la madre Cosima, le quali per
tutto l’arco del procedimento e del processo hanno messo in atto dei comportamenti idonei a depistare gli inquirenti e ad assicurarsi l’impunità.

Credits: Gino Saracino ph.

A provare la loro responsabilità vi sono diverse prove: la circostanza che la Opel Astra della signora
Cosima fosse vista da diversi testimoni oculari in due posizioni diverse tra le 13.50 e le 14:15,
ovvero, che la stessa vettura fosse stata spostata, proprio per inseguire la piccola Sarah, uscita da casa Misseri a seguito di un violento litigio con la cugina, afferrarla per i capelli e costringerla a
salire in auto.

Configura il reato di sequestro di persona, infatti, la condotta di colui che costringe, sotto minaccia, la vittima a salire su un’automobile, essendo sufficiente per l’integrazione di detto delitto una concreta limitazione della libertà fisica della persona, che la privi della capacità di spostarsi da un luogo all’altro, a nulla rilevando la durata di tale stato di privazione della libertà, che può essere limitato anche ad un tempo breve.

Ricondotta a casa, la piccola Sarah verrà dunque strangolata, attraverso l’azione sinergica delle due
donne: una effettua la pressione con la cintura, l’altra tiene ferme le mani per impedire una reazione della povera vittima, che spira nell’arco di pochi minuti.
Ma è in quel momento che entra in gioco la fredda e calcolatrice azione depistatrice di Sabrina: per
precostituirsi un alibi, scrive due messaggi alla cugina Sarah, il primo alle 14.25 e il secondo
14.28.13, al quale seguirà uno squillo di Sarah alle 14.28.26 (orario in cui la stessa è già stata
uccisa).
Il cellulare di Sarah, inoltre, registra anche due messaggi di un’altra amica, ai quali Sarah non dà
riscontro (perché già morta), uno alle ore 14:18:47 e uno alle 14:23:11.
Dettaglio, questo, rilevante in quanto Sarah era, secondo i testimoni sentiti in dibattimento,
solitamente celere nel riscontrare i messaggi.

Ma a rendere ancora più triste e sconcertante questo delitto, è il movente sotteso allo stesso.

Sarah Scazzi sarebbe stata uccisa, infatti, in quanto sarebbe stata ritenuta l’artefice della rottura del rapporto – definito morboso – tra la cugina Sabrina e Ivano Russo, il ragazzo di cui Sarah parla
anche nel suo diario.
A causa di questo rapporto, e delle rivelazioni fatte da Sarah su approcci sessuali della cugina verso il ragazzo, vi era stato un violento litigio la sera prima del delitto, che aveva esacerbato gli animi e creato una frattura insanabile tra le due cugine, documentato in modo inequivocabile nel diario della vittima.
Un rancore culminato con il più efferato e aberrante dei delitti: l’omicidio.
Un omicidio ricostruito con acume argomentativo e giuridico dai vari giudici che l’hanno esaminato, nonostante la reticenza e l’omertà non solo degli imputati, ma anche di molti testimoni.

Emblematica, quanto triste, la vicenda del teste B., indagato per il reato di false informazioni al P.M. (art. 371 bis c.p.),

per aver riferito che si era trattato di un sogno e non di oggetto di reale percezione sensoriale la visione di Cosima che afferra per i capelli Sarah e la costringe a salire in macchina.
A seguito dell’imputazione per il reato di cui all’art. 371 bis c.p., il testimone, anziché sfruttare la causa di non punibilità della ritrattazione (art. 376 c.p.) e affermare il vero prima della conclusione del dibattimento, sceglieva di non rispondere in quanto non voleva essere coinvolto oltremodo nella vicenda delittuosa.

Ma grazie al sapiente lavoro degli inquirenti e alla minuziosa qualificazione giuridica dei fatti
offerta dai giudici, la verità sulla morte della povera Sarah è ora più cristallina.
Sul pozzo della Mosca, oggi, un barlume di luce s’intravede nel buio delle tenebre della morte: la
luce sfavillante della Giustizia.
L’auspicio è che la stessa luce possa irradiare, nei prossimi mesi, anche gli ulivi del basso Salento,
dove riposa un’altra povera fanciulla vittima della furia omicida, dei depistaggi e dell’omertà:
Noemi.
Perché Sarah e Noemi meritano giustizia.
Altrimenti il loro sacrificio sarà stato vano.

Rimani connesso con Centro Sarg: segui e condividi i nostri aggiornamenti sul tuo social preferito!

Be Sociable, Share!
Ti è piaciuto questo articolo?
Richiedi consulenza su questo argomento:

info@centrosarg.com

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condivisioni:
CrestaProject