Rieducazione, umanità e aneliti di libertà: emozioni di una giornata in carcere

di: avv. Alessandro Bozzi, Phd in Criminologia

Il carcere di Bollate

Rieducazione. Umanità. Dignità. Libertà.

L’esegesi del corredo normativo e giurisprudenziale in tema di detenzione in carcere, dalla Costituzione alla Cedu, piuttosto che del codice di procedura penale o della legge sull’ordinamento penitenziario (l. 26.7.1975, n. 234), cristallizza una disciplina imperniata proprio su questi principi.

La compresenza dei principi summenzionati, inoltre, è un’imprescindibile condicio sine qua non se si vuol addivenire ad una pena che non costituisca soltanto una sanzione afflittiva per l’individuo che si è reso responsabile di una condotta penalmente rilevante per il nostro ordinamento, ma che possa, altresì, essere il viatico migliore per redimere chi ha commesso uno sbaglio e restituirlo alla collettività emendato e capace di sottrarsi ai pregressi schemi comportamentali criminali.

La detenzione in carcere e le criticità sottese alla stessa costituiscono, da tempo immemore, terreno di scontro tra istituzioni, media e associazioni che si occupano di garantire il rispetto delle libertà fondamentali degli individui reclusi negli istituti penitenziari.

Giova precisare che, molto spesso, le grate più buie spesso sono costituite soprattutto dal pregiudizio di chi, con troppa facilità, si scaglia contro i detenuti, talvolta addirittura ipotizzando regimi detentivi troppo “leggeri” per gente che, nell’immaginario collettivo, meriterebbe pene più afflittive.

L’opinione di chi scrive, sorretta peraltro dalla normativa richiamata poc’anzi, è che non si debba mai perdere la trebisonda della legalità, del rispetto scrupoloso e certosino del valore del decoro e della dignità di una persona, che non può essere compressa nemmeno dall’esigenza di sanzionare una condotta antigiuridica e criminale.

Per questa ragione, sono da benedire iniziative che portino negli istituti penitenziari un afflato di creatività, brio, evasione, nell’accezione legittima del termine.

L’anno scorso ebbi la fortuna di cenare nel ristorante InGalera, situato all’interno della casa circondariale di Bollate, a pochi chilometri da Milano.

Una struttura penitenziaria che nasce nel 2000 e sin da subito si pone come obbiettivo precipuo quello di responsabilizzare i detenuti, mantenere i loro legami con il mondo esterno e lavorare sulla rieducazione.
Ma quel che accade nel 2015 ha davvero dello straordinario.
Per la prima volta, una casa circondariale diventa uno scenario intimo, dove ci si siede, si degusta uno spumante di benvenuto e si assaporano piatti cucinati ad arte da uno Chef stellato.

Una compresenza di elementi che sembrerebbero ordinari e consuetudinari, se non fosse per un piccolo particolare: dai tavoli si vedono le grate.
Non solo, ma a servire il pasto sono proprio i detenuti, vestiti per l’occasione da camerieri professionali e attenti a soddisfare le richieste degli avventori.
Tra una portata e l’altra, e a servizio terminato, ricordo che mi emozionò molto il confronto con loro, i quali non attendevano altro che assaporare, per qualche istante, aneliti di libertà che, in quel frangente, eravamo noi clienti.

Il carcere di San Vittore

Altri istituti penitenziari, in Italia, si distinguono per la loro capacità di valorizzare l’estro e la creatività dei detenuti. Il carcere di San Vittore, ad esempio, realizza delle toghe sartoriali per avvocati.

Attività, queste, che migliorano sensibilmente l’umore e la qualità della vita dei detenuti, diminuendo gli episodi di violenza o autolesionismo negli ambienti carcerari.
Io sono stato sempre affascinato dalle dinamiche della detenzione carceraria, tanto da ambientare diverse scene del mio primo romanzo, “La libertà danza tra gli ulivi”, che ha come protagonista proprio una giovane detenuta.
Ma una cosa è immaginare tali ambienti con la propria fantasia, ben altra è vederli con i propri occhi.

Ho avuto questa fortuna qualche giorno fa, invitato da una mia insigne lettrice, l’attuale garante dei detenuti dell’istituto penitenziario di Trieste, l’avv. Elisabetta Burla.
Un’esperienza che ha enfatizzato e accentuato la mia fascinazione per quel mondo, arricchendomi sotto il profilo umano e dandomi la conferma di come la libertà sia un bene prezioso da salvaguardare in ogni istante della nostra esistenza, perché spesso se ne realizza il valore soltanto quando viene compresso o limitato.

Sin dai primi istanti, nell’udire il rumore sordo del mazzo di chiavi delle guardie penitenziarie e dei cancelli che si aprivano e si richiudevano al nostro passaggio, il cuore iniziava a battere più forte.

Quella mattina era prevista una mostra fotografica, dal titolo “HOMO SUM, niente di ciò che è umano mi è estraneo”, organizzata da un gruppo di volontarie.
In pochi minuti, i locali adibiti all’allestimento della mostra si riempiono con l’arrivo dei detenuti.
Chi in tuta, chi in pantaloncini corti, chi per l’occasione ha sfoggiato il suo abito migliore.
C’è anche qualche ragazzino troppo giovane per essere entrato nel mondo della criminalità.
All’inizio, l’atmosfera è fredda, come se ci si studiasse tra di noi.

Ma quando le volontarie propongono un gioco per spiegare le modalità e gli obiettivi della mostra, incentrata sugli sguardi tra gli esseri umani e sull’abbattimento di differenze e stereotipi, scocca una scintilla che porta detenuti e uomini “liberi” a stretto contatto.

Il gioco consiste nello stare uno dinnanzi all’altro e fissarsi negli occhi per cinque minuti.
Un lasso di tempo breve che sembra un’eternità.
Il mio dirimpettaio, quando non sorride e inizia a calarsi nella parte, sfoggia uno sguardo che sgretola le mie difese, fissandomi dritto negli occhi in un modo che quasi mi spaventa.
Al termine del gioco, un abbraccio stempera la tensione e iniziano le rivelazioni sulla detenzione, le dimensioni della cella troppo piccole, e un’affermazione laconica che mi fa raggelare il sangue.
Il detenuto si avvicina ad una foto che ritrae un ragazzo giovane e inizia a dirmi:”pensa che triste entrare qui dentro così ed uscire così”.
La seconda foto che mi indica ritrae un anziano, con i capelli bianchi e il volto corrugato dai suoi ottanta anni.
Ed è in quel preciso istante, intercettando il suo sguardo che si era fatto serio, che ho compreso quanto fossi fortunato io, che di lì a poco avrei rivisto la luce oltre il buio delle grate, avrei potuto sorseggiare un buon caffè fuori dall’istituto penitenziario e, magari, fare una bella passeggiata in riva al mare in una Trieste meravigliosamente irradiata dal sole.

Per lui, invece, la luce del sole, la libertà, sarebbero rimaste una chimera, un sogno che potrà realizzare solo tra qualche anno.
La mostra termina con la proiezione di un filmato, a seguito del quale scrosciano gli applausi dei detenuti, partecipi e recettivi.

Il carcere di Trieste

“L’oppressore è schiavo quanto l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L’oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità.” (Nelson Mandela)

Scoccano le 11, è ora di abbandonare l’istituto penitenziario.
Salutiamo i detenuti, io mi permetto di dire che quando tornerò a presentare il mio romanzo nel 2018 auspico di non vederli più lì e loro sorridono, promettendo un caffè fuori, in centro.
Appagati da questo incontro così foriero di emozioni, ci lasciamo alle spalle le celle dei detenuti – che da dietro le sbarre ci salutano sorridenti e soddisfatti – e guadagniamo l’uscita.
Quando si spalanca il portone, una luce sfavillante quasi ci acceca.
Noi torniamo liberi, i nostri amici ci osservano dalle loro celle.
L’auspicio è che la nostra visita abbia portato loro un afflato di entusiasmo, affetto e stimoli a cercare la via della libertà attraverso il lavoro, la lettura, l’attenzione verso gli eventi culturali che sempre più frequentemente vengono organizzati dal garante e dai volontari delle associazioni a ciò adibite.

Nel marzo 2018 io avrò la fortuna di fare ritorno in carcere, per presentare finalmente il mio romanzo sia alla popolazione femminile che a quella maschile dell’istituto penitenziario, e sin d’ora non sto nella pelle.
Ma quel che mi ha insegnato questa meravigliosa esperienza è che spesso non sono le grate del carcere a limitarci, ma le sbarre del pregiudizio, degli stereotipi e della ristrettezza mentali che fiaccano la mente e l’animo di tanti di noi e che la libertà è davvero un valore da preservare e valorizzare al meglio, anche nel rispetto di chi non ne può godere.

Che, dal canto suo, merita rispetto, dignità e umanità, per non incorrere nel rischio di reinserirlo nella collettività con un profilo criminale ancora più accentuato di quando è stato recluso.

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