Truffa on-line? Si applica l’aggravante della minorata difesa

di: avv. Sabrina Grisoli

Sembra ormai consolidarsi l’orientamento giurisprudenziale in base al quale la distanza fisica tra venditore e acquirente costituisce non già un elemento costitutivo della truffa, bensì un’aggravante della stessa.

Il locus commissi delicti virtuale non integra quindi quegli artifici e raggiri che devono ricorrere nel delitto di cui all’art. 640 c.p. Tali potranno invece essere ravvisati nell’avere il venditore offerto in vendita beni che in realtà non esistono, attraverso pubblicizzazione degli stessi a prezzi stracciati, per far cadere in errore l’acquirente circa le effettive qualità dei prodotti.

La rete impedisce all’acquirente di sincerarsi della bontà dell’offerta ivi pubblicizzata, non potendo controllare de visu i beni posti in vendita; così come l’adozione di clausole come il pagamento anticipato rispetto la consegna del bene consentono a malintenzionati di realizzare più facilmente un ingiusto profitto con altrui danno. E questo costituisce, per la Corte di Cassazione, aver “… profittato di circostanze di luogo … tali da ostacolare la pubblica o privata difesa”, di cui all’aggravante ex art. 61 n. 5 c.p. (Cass. Pen. Sez. VI del 22-03-2017, dep. 10-04-2017, n. 17937)

Non trova conforto in sede di legittimità il ragionamento compiuto dal GIP e dal Tribunale di Sassari in fase cautelare, i quali avevano escluso l’aggravante della minorata difesa in quanto: ” …i siti Internet di scambi commerciali costituiscono il mezzo attraverso il quale le parti, che vogliono concludere un affare, si cercano e si trovano, con la conseguenza che chi si determina a concludere tale tipo di acquisto ne accetta i rischi connessi, rinunciando consapevolmente a visionare il bene ed affidandosi alla buona fede dell’interlocutore virtuale, cosicché tale modalità di vendita non pone di per sé l’acquirente in una condizione di minorata difesa, in quanto la distanza accomuna entrambe le parti… “.

Il principio di diritto

La Suprema Corte ribadisce infatti un insegnamento già esposto in precedenti occasioni, e secondo il quale: ” …la distanza rispetto al luogo in cui si trova l’acquirente del prodotto on line, che di norma ne ha pagato anticipatamente il prezzo, secondo la prassi di tale tipo di transazioni e come avvenuto nel caso in esame — è l’elemento che pone l’autore della truffa in una posizione di forza e di maggior favore rispetto alla vittima, consentendogli di schermare la sua identità, di non sottoporre il prodotto venduto ad alcun controllo preventivo da parte dell’acquirente e di sottrarsi comodamente alle conseguenze dell’azione: vantaggi, che non potrebbe sfruttare a suo favore, con altrettanta facilità, se la vendita avvenisse de visu.

Ne discende che la distanza, connessa alle particolari modalità di vendita con utilizzo del sistema informatico o telematico, di cui l’agente consapevolmente approfitta e cui si aggiunge di norma l’utilizzo di clausole contrattuali, che prevedono il pagamento anticipato del prezzo del bene venduto, configura l’aggravante in oggetto, che connota la condotta dell’agente quale elemento ulteriore, peculiare e meramente eventuale, rispetto agli artifici e raggiri tipici della truffa semplice…

Senza contare che, se si aderisse all’impostazione fornita dal Tribunale territoriale, si arriverebbe inevitabilmente a sostenere che chi rimane vittima di una truffa sul web, in fondo, se l’è andata a cercare.

La Corte di Cassazione anche in questo caso deve riaffermare con decisione principi che si ritenevano ormai saldi con riguardo al delitto di cui all’art. 640 c.p., ed in base ai quali: “… la truffa non è esclusa dal difetto di diligenza della vittima e, correttamente, è stato osservato che in tal modo si sposta l’attenzione sul comportamento della vittima piuttosto che su quello dell’autore della truffa“.

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