Il nuovo art. 570 bis c.p.: violazione degli obblighi di assistenza familiare

Prime considerazioni in merito alla nuova fattispecie di reato del codice penale di cui all’art. 570 bis: il contributo è pubblicato anche, in versione ridotta, su TuaCity Mag
di: avv. Sabrina Grisoli


Dal 6 aprile 2018 entra in vigore un ulteriore pacchetto di nuovi reati, frutto della delega contenuta nella legge di riforma del sistema penale c.d. Orlando (legge 23 giugno 2017, n. 103).

Tra le nuove disposizioni che troveranno ingresso nel codice penale, quella che sta suscitando più clamore è la Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio, di cui all’art. 570 bis c.p.

Pare infatti che a partire da adesso, i coniugi divorziati o separati legalmente che non versino gli importi dovuti a titolo di mantenimento stabiliti dal giudice civile con sentenza, rischieranno di andare in carcere.
Ma è veramente così?

La risposta necessita una preliminare descrizione del sistema sanzionatorio penale vigente sino al 5 aprile scorso in tema di (omesso) mantenimento economico del coniuge e dei figli.

L’art. 570 c.p.

Il codice penale prevedeva un’unica fattispecie, peraltro da sempre molto criticata per la sua ambiguità e per ciò anche assoggettata a vaglio di costituzionalità (sempre superato), cioè quella di cui all’art. 570, che così recita: “Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro. Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:
1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge;
2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa”
.

Nel codice penale la fattispecie dell’art. 570 si limita a sanzionare congiuntamente con il carcere e con la pena pecuniaria le omissioni relative alla prestazioni di mezzi di sussistenza a particolari categorie di soggetti, tra cui spiccano anche i genitori: da ciò si ricava la natura assistenzialistica della disposizione che è legata al concetto di stato di bisogno in cui versi il soggetto beneficiario.

Per la giurisprudenza, l’accertamento dello stato di bisogno nel caso dei figli minori è circostanza in re ipsa, e pertanto nei confronti degli stessi l’omesso versamento di assegno di mantenimento integra automaticamente il reato de quo.
Peraltro, c’è da dire che le sanzioni penali non sono regalate al solo omonimo codice, ma sono contenute anche in testi esterni allo stesso, ed è proprio ciò che è accaduto nel caso che ci occupa.

Norme in tema di separazione dei coniugi.

La legge 8 febbraio 2006, n. 54 modificativa di alcune disposizioni del codice civile in tema di separazione personale dei coniugi, prevedeva anch’essa una disposizione penale.

Infatti, l’art. 3 così statuiva: “Disposizioni penali: 1. In caso di violazione degli obblighi di natura economica si applica l’articolo 12-sexies della legge 1° dicembre 1970, n. 898”.

Tale norma estendeva le previsioni contenuta nella legge sul divorzio, di cui si dirà appresso, che di fatto rendeva applicabili le pene dell’art. 570 c.p. anche ai casi di violazioni economiche da parte del coniuge separato obbligato.

Tuttavia, la giurisprudenza di legittimità formatasi sul punto ha operato una distinzione.

Se da un lato il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento in favore dei figli integrava di per sé illecito penale, in merito alle conseguenze penali derivanti dall’omesso pagamento in favore del coniuge le cose erano diverse.

Oltre alla verifica in ordine all’effettiva capacità dell’obbligato di adempiere all’obbligazione
giudizialmente imposta (ad esempio, nel caso in cui lo stesso versi in stato di disoccupazione e abbia un’indennità insufficiente a provvedere al mantenimento), occorreva accertare se l’omissione avesse fatto venire meno effettivamente i mezzi di sussistenza, e se la violazione fosse stata imputabile alla volontà dell’uomo e non all’oggettiva impossibilità.

Insomma la mera violazione dell’obbligo di corrispondere l’assegno al coniuge separato, se ciò non ne aveva determinato il venir meno dei mezzi sussistenza, non costituiva illecito penale (Cassazione Penale Sez. VI, 22 settembre 2011 n. 36263).

Disposizioni in caso di divorzio.

Come anticipato, anche qui è una normativa ad hoc che detta la disciplina sia civilistica che penale.
La legge 1 dicembre 1970, n. 898 prevedeva all’art. 12 sexies una fattispecie incriminatrice, per la quale: “Al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione dell’assegno dovuto a norma degli articoli 5 e 6 della presente legge si applicano le pene previste dall’articolo 570 del codice penale”.

Il richiamato art. 5 prevede che: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Problemi applicativi in tema di pena

Uno dei nodi cruciali che la giurisprudenza è stata chiamata a risolvere è stata quella relativa al richiamo operato dall’art. 12 sexies alle “pene” di cui all’art. 570 c.p.

Questo, infatti, come visto, consta di due commi: il primo eleva due pene, pecuniaria e detentiva, ma alternative. Il secondo sancisce che le medesime, invece, vadano applicate congiuntamente. Il rinvio dell’art. 12 sexies L. div. alle pene dell’art. 570 c.p. non specificava a quale dei due commi ci si dovesse riferire, e la scelta avrebbe avuto un sensibile impatto in concreto: solo nel secondo caso sarebbe stata necessariamente irrogata la pena detentiva.

Si può dire che con la pronuncia di Cassazione, Sezioni Unite Penali del 31.1.2013 (dep. 31.5.2013),  n. 23866, Pres. Lupo, Rel. Ippolito, ric. S.A., la questione sia stata risolta.

Il generico rinvio quoad poenam all’art. 570 c.p., contenuto nell’art. 12-sexies della legge 1 dicembre 1970 n. 898, in tema di violazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di divorzio, doveva intendersi per gli Ermellini riferito alla pena indicata nel primo comma della disposizione del codice penale.

Il principio sotteso a tale soluzione si rinviene anche nelle più recenti pronunce, ad esempio la 8883/2018 della Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione.
Per i giudici di legittimità: “… il reato previsto dal primo comma dell’art. 570 c.p. si configura tutte le volte in cui un soggetto violi i doveri di assistenza materiale in veste di coniuge e di genitore … diversamente, il secondo comma dell’art. 570 c.p. appresta tutela ai vincoli di solidarietà nascenti dal rapporto di coniugio – che risultano attenuati nel caso di separazione o di allentamento del vincolo- che si sostanziano nel non far mancare i ‘mezzi di sussistenza’ necessari”.

Il nuovo art. 570 bis c.p.

Fatta questa lunga premessa,passiamo ora a leggere la nuova norma.
La disposizione introdotta a partire dal 6 aprile scorso in tema di Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio prevede che: “Le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli”.

Se non sorgono dubbi in ordine alla ora codicizzata responsabilità penale in capo al coniuge che ometta di versare l’assegno in fase di separazione, per il resto, sembra che ci troviamo di nuovo a
fare i conti con l’annoso dilemma su quale dei due trattamenti sanzionatori di cui al 570 c.p. debba
ricollegarsi al rinvio operato prima dalle abrogate norme, e ora dall’art. 570 bis c.p.

Infatti la tecnica legislativa del richiamo integrale alle “pene” dell’art. 570 c.p. –vista in occasione del commento all’art. 12 sexies L. div.- è stata pedissequamente riproposta.
Per effetto di tale scelta, dobbiamo chiederci se siano pertanto applicabili le pene –alternative- del co. 1 dell’art. 570 c.p. o quelle più gravi –congiunte- del secondo comma.

L’esplicita abrogazione degli artt. 3, legge 8 febbraio 2006, n. 54 e 12 sexies, legge 898/1970 non soccorre in aiuto, atteso che l’effetto raggiunto – e voluto- dal legislatore con tale manovra era quello di racchiudere unicamente nel corpo del codice penale l’intera disciplina incriminatrice relativa alle violazioni degli obblighi di assistenza in ambito di separazione personale dei coniugi e divorzio.

Insomma, si fa presto a dire: carcere per chi non paga il mantenimento!

Spetterà probabilmente ancora una volta ai Giudici dare un’interpretazione della nuova norma conforme allo spirito dell’art. 570 c.p. e del dettato costituzionale.

Una cosa è certa: la Corte di Cassazione con la citata pronuncia a Sezioni Unite ha deciso che l’ambito circoscritto della nozione dei mezzi di sussistenza  implicava l’esistenza dello stato di bisogno nel soggetto passivo, mentre quella di mantenimento prescindeva da esso.

Pertanto, la mera violazione dell’obbligo di corrispondere l’assegno di divorzio non poteva considerarsi affine alla condotta di danno come delineata nel comma secondo dell’art. 570 c.p. e imponeva, quindi, di ritenere che il rinvio quoad poenam dell’art. 12-sexies legge n. 848 del 1970 fosse da riferire alle pene indicate nel primo comma dello stesso art. 570 c.p.

Per concludere quindi: non pare che l’attuale norma abbia fatto altro se non sostituirsi alla precedente, lasciandone immodificati i presupposti contenuti nella legge sul divorzio: sembra quindi ragionevole supporre che il trattamento sanzionatorio continuerà ad essere quello di cui al primo comma dell’art. 570 c.p.

Se le premesse sono valide, tra l’altro, la medesima sorte dovrebbe toccare alla neo-introdotta
incriminazione per chi non versi il mantenimento al coniuge separato, con buona pace di chi invoca il carcere per i coniugi separati inadempienti.

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